Giulia Facco – L’istinto di scrivere

A poche settimane dall’uscita del suo primo album, The Prophecy, la pianista Giulia Facco, racconta il suo percorso e le tappe che fino a oggi l’hanno costellato. Dal modo in cui il jazz è entrato nella sua vita al primo disco che l’ha folgorata, dai corsi di perfezionamento ai palchi delle grandi rassegne musicali, fino al rapporto con la scrittura e la composizione, un legame viscerale, istintivo; una forma d’espressione alla quale non sempre è necessario imporre regole

Giulia inizia gli studi di pianoforte da bambina, ma una volta raggiunti i diciotto anni si rende conto di essere particolarmente portata per il jazz. «Mia madre da ragazza organizzava concerti di musica jazz nel Centro d’Arte dell’Università di Padova e quando era a casa ascoltava prevalentemente free jazz. All’epoca io studiavo pianoforte e mio fratello sassofono jazz. Mi appassionai così, con il semplice ascolto. Aisha Ruggeri, mi ha insegnato i primi elementi fondamentali di improvvisazione, poi mi ha passato alcuni dischi e la passione è cresciuta con me, ma posso dire con certezza che l’artista a cui devo la mia definitiva “conversione” è stato Thelonious Monk». Oggi Giulia può contare su una preparazione professionale grazie alla laurea conseguita presso il conservatorio di Padova e a tre anni di master in jazz presso il Conservatoire Royale di Bruxelles e, se i primi a spingerla verso lo studio della musica sono stati i genitori, in seguito ha potuto contare sulla stima e l’appoggio di numerosi insegnanti che hanno visto in lei doti che andavano oltre la semplice capacità di esecuzione. L’otto gennaio 2016 è uscito The Prophecy, album interamente composto e arrangiato da Giulia, in cui si celebra l’energia del jazz data dall’imprevedibilità dell’improvvisazione. «Il brano che dà il titolo all’album, The Prophecy, l’ho scritto in una sorta di “trance compositiva” dopo l’incontro con una chiromante. Si trattava di una persona dotata di grande magnetismo e devo dire che per me fu un incontro molto significativo. Da quel momento in poi, ogni volta in cui mi è capitato qualcosa di importante, ho cercato di tradurlo in musica. Ci sono pezzi che parlano di rapporti di amicizia o di situazioni che riguardano la mia famiglia e altri che sono ispirati a musicisti ai quali sono particolarmente legata». Giulia ha cominciato a comporre durante il corso tenuto da Stefano Bellon e incoraggiata da lui, si è resa conto che scrivere era un atto estremamente naturale, tanto da aver concepito un metodo su cui basare qualunque lavoro futuro: «Per me si tratta di un atto istintivo, completamente libero dalle regole dell’armonia. Quello che vorrei evitare sono i paletti estetici e musicali, elementi che, a mio parere, limitano i musicisti. Per comporre uso un piano Yamaha mezza coda che ha una buona pesatura. Non è troppo duro né troppo morbido. Per i live mi affido a ciò che trovo sul posto, ma con me porto una tastiera Roland, più morbida del piano che ho a casa, e da un po’ di tempo a questa parte uso un sintetizzatore che ha dei suoni caldissimi. È piccolo e maneggevole e può essere usato per più generi, dal jazz alla tecno. Ad esempio io lo uso con un gruppo di bossa nova». Attualmente Giulia fa parte di diverse formazioni. Il quintetto con cui si esibisce regolarmente è composto dal trombettista Mirko Cisilino, il chitarrista Davide Tardozzi, il contrabbassista Riccardo Di Vinci e il batterista Enrico Smiderle, i musicisti coinvolti nel lavoro per le registrazioni del suo album. «Devo dire che, tra tutti quelli che ho all’attivo, il progetto live più maturo è questo. In fondo si tratta delle persone con cui ho vissuto la mia prima esperienza di registrazione in studio, anche se per me l’esperienza live è tutta un’altra cosa. Mi piace il contatto con le persone che sono lì per te e, se hai la fortuna di trovare una buona strumentazione e una buona acustica, puoi fare dei passi in più dal punto di vista espressivo. Senza contare che quando sei in studio ogni musicista è in una stanza a registrare e non c’è possibilità di avere un contatto visivo, di stabilire un legame del momento. Suonando musica improvvisata, credo sia fondamentale avere nel tuo lo sguardo degli altri e viceversa. Stare tutti insieme sullo stesso palco regala un’emozione palpabile, anche se non nego che lo studio rappresenti un’esperienza formativa necessaria per ogni musicista». Tra i numerosi rami in cui si divide l’esperienza lavorativa di Giulia c’è anche quello dell’insegnamento, pratica che porta avanti presso diverse scuole. «Ciò che cerco di far capire ai ragazzi che si affidano a me è che niente è facile e niente è da dare per scontato. La musica è un lavoro duro, come tutte le professioni. La televisione e i talent purtroppo danno un esempio fuorviante per i più giovani, invece devi faticare per ottenere dei riconoscimenti ed è fondamentale essere dotati di pazienza, umiltà e tenacia. Non bisogna mai smettere di studiare. Ancora oggi io studio musica classica con Bruna Castelli e in passato ho avuto la fortuna di rapportarmi con persone che hanno saputo inquadrarmi e darmi un indirizzo, come Stefano Bellon, al quale devo ciò che sono e ciò che riesco a fare oggi e Marco Tamburini che purtroppo è mancato l’anno scorso in un incidente. Lui mi ha aiutato molto, sapeva come coinvolgerci nelle sue lezioni. Sono stata allieva anche di Marcello Tonolo, Stefano Onorati, Eric Legnigni, che mi ha insegnato come coltivare la mia originalità e molti altri». Per quanto riguarda le imprese future, al primo posto c’è la volontà di continuare a scrivere, apportando novità allo stile e ai generi coinvolti. «Vorrei inserire elementi elettronici, avere sonorità più moderne. Mi piace molto la commistione tra piano acustico e sintetizzatori e il contrasto che si crea. Il progetto fondamentalmente è questo: spingermi in una direzione diversa ed esplorare campi che ancora non conosco».

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