Il gipsy jazz raccontato da Salvatore Russo

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Salvatore Russo alla chitarra, Tony Miolla alla chitarra ritmica e Camillo Pace al contrabbasso, sono questi i nomi dei musicisti che compongono il Salvatore Russo Gypsy Jazz Trio. Come evidenzia il nome, il trio è guidato dal chitarrista pugliese Salvatore Russo che vanta collaborazioni importantissime (anche nella musica pop), una su tutte quella con il grande chitarrista sinti olandese Stochelo Rosenberg, con cui ha registrato il disco La Touche Manouche nel 2009. A distanza di sette anni, Salvatore Russo torna a conquistare il suo pubblico con l’album Gipsy Jazz Trio (pubblicato il 18 aprile dall’etichetta Emme Record Label): un viaggio nella tradizione manouche, verso un passato ricco di suoni, colori e suggestioni dalle mille sfumature.

Stochelo Rosenberg, con cui hai collaborato, in un’intervista ha dichiarato: “Se si vuole imparare a capire il gipsy jazz, bisogna iniziare da Django Reinhardt, il migliore che sia mai esistito”. Vale lo stesso anche per te?
Non vale solo per me, ma per tutti quelli che vogliono imparare a suonare con questo linguaggio musicale. Quando circa 10 anni fa mi avvicinavo al gypsy jazz, Stochelo spesso mi ripeteva questo concetto che non comprendevo al 100%. C’è voluto del tempo perché io comprendessi realmente l’importanza della musica di Django (temi e assoli), anche nel contesto musicale attuale di questo stile chitarristico. A conti fatti se notiamo bene tutti i 4/5 grandi esponenti della chitarra manouche mondiale hanno una conoscenza profonda del repertorio musicale e degli assoli di Django Reinhardt e degli Hot Club de France.

Nel tuo cd omaggi questo incredibile chitarrista, capace di reinventarsi musicalmente dopo un terribile incidente alla mano sinistra. È grazie alla sua musica che sei approdato al jazz manouche?
Come ti accennavo prima, molto spesso ci si avvicina a questo genere grazie a chitarristi come Bireli Lagrene o Stochelo Rosenberg: è il loro modo di suonare moderno il genere che all’inizio cattura, quindi solo successivamente ci si avvicina al genere puro di Django. È un po’ quello che accade a tutti i giovani chitarristi che iniziano ad apprezzare questo stile. Io, in particolare, mi ci sono avvicinato ascoltando il Rosenberg Trio; conoscendo successivamente Stochelo di persona ho cominciato lentamente ad entrare nello stile studiando la tradizione grazie al suo supporto e ai suoi consigli.

Pochi mesi fa è uscito il tuo ultimo lavoro, il disco Gypsy Jazz Trio con Tony Miolla e Camillo Pace. Com’è nata la vostra collaborazione?
Non è facile in Italia creare un trio di gypsy jazz; con il grande contrabbassista Camillo Pace suoniamo insieme da più di dieci anni mentre Tony Miolla era un mio ex allievo di chitarra al quale circa 6/7 anni fa ho chiesto la cortesia di imparare a suonare la ritmica manouche.

Quando si fa musica con altre persone è importante, oltre alla bravura, anche il livello di feeling e interazione. Vale anche per voi?
Dopo circa un centinaio di concerti abbiamo raggiunto un ottimo affiatamento sotto tutti i punti di vista, basta uno sguardo per capirci, sia che si tratti di una velocità di un solo o di uno stop improvviso, ovviamente siamo grandi amici e il rispetto reciproco è alla base della nostra forza.

Il disco include sei composizioni originali che portano la tua firma. Come nascono i tuoi lavori?
Ho sempre composto brani sin da giovanissimo, adesso che sono più maturo (ho 47 anni) mi è molto naturale farlo. Mi basta anche una semplice ispirazione come un avvenimento piuttosto che un luogo o il solo pensare a mia figlia e agli affetti più cari. Ad esempio in “Gypsy Jazz Trio” la ballad “Out of Focus” è dedicata a mio nipote di sei anni autistico: per scrivere il brano ho provato ad immedesimarmi in mio fratello pensando al dolore/amore che deve provare ogni giorno della sua vita insieme al suo piccolo. Il brano “Azul” è un inno all’estate e ai colori ed è dedicato a mia figlia che ha gli occhi azzurri, mentre il guitar solo “Taranto” rispecchia tutta la bellezza e il dolore di una città complessa e piena di contrasti come Taranto, così come tutte le grandi città del sud Italia ovviamente.
(Guarda qui il video)

Cosa consiglieresti a un ragazzo che vuole approcciarsi al gipsy jazz?
Ovviamente di studiare tanto, ma soprattutto di ascoltare molto Django Reinhardt, in genere quando si cade in amore per questa musica non si torna mai più indietro, anche se per vivere molto spesso bisogna conciliare l’amore per questa musica con quelle che sono le richieste del mercato, vedi chitarra elettrica, musica rock e quant’ altro.

Hai esplorato diversi generi musicali e diversi strumenti. Quali sono le cose che ti sei portato dietro in questi anni?
La musica è un linguaggio, si evolve cambia e conserva anche delle radici. Immagina di dover cambiare per dieci anni luogo in cui vivi e di essere trasportato per esempio da Palermo a Milano, per quanto tu possa conservare la cadenza del tuo dialetto questa verrà seriamente compromessa con il tempo e sostituita da quella milanese. Ovviamente, insegnando la chitarra a 360° posso suonare più o meno qualsiasi cosa ma l’accento gypsy ormai si sente in tutto e non penso andrà mai via!

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