Giangilberto Monti: Opinioni da clown

— Luca Masperone

Incontriamo Giangilberto Monti in occasione dell’uscita del suo ultimo album “Opinioni da clown”, lavoro che evidenzia in pieno lo stile ironico e brillante dello scrittore e chansonnier milanese, riassumendo trent’anni di lavoro tra cantautorato e comicità. “Ho riflettuto a lungo sul rapporto tra ‘comico’ e ‘politico’” spiega Giangilberto “con questo album tento di rappresentare, in forma di canzone, i miei punti di vista sulle figure del ‘buffone’ e del ‘re’”.

Da sempre la produzione di Monti si rifà al mondo del teatro-cabaret milanese, quel mix spumeggiante di poesia e ironia frequentato anche dal maestro Dario Fo, con il quale peraltro Giangilberto ha avuto l’onore di recitare. “Nei primi anni Ottanta Cathy Berberian (storica cantante e moglie del compositore Luciano Berio, NdR) mi ha insegnato a usare la voce come non avevo mai fatto prima; Dario Fo e Franca Rame mi hanno insegnato tutto il resto. Non c’è comico che non abbia dentro di sé un buco da colmare. È l’anima del saltimbanco: la risata triste, la faccia del clown. Se ci aggiungi la musica, ecco che hai il teatro-cabaret in salsa milanese”.
“Opinioni da clown” (Egea Music/ed. Warner Chappell) è un album composto da 13 brani, alcuni scritti per l’occasione, altri composti in passato e mai pubblicati. “In realtà sono tutti inediti” spiega Giangilberto “esclusa ‘Cancion Putana’, che era uscita sul CD-book Comicanti.it, e che avevo scritto durante un mio viaggio a Cuba una quindicina di anni fa. Ci sono poi canzoni che eseguivo in spettacoli di cabaret negli anni del primo Zelig (1986-1995) ma che non avevo mai registrato. Una buona metà dei pezzi sono stati invece composti recentemente, mentre il brano di chiusura ‘Alla fine della festa’ è l’unico che non firmo: ne sono autori Dario Fo e Fiorenzo Carpi, ma la canzone può comunque essere considerata inedita, poiché eseguita una sola volta in pubblico durante la prima dell’Opera dello sghignazzo (liberamente ispirata alla ‘The Beggar’s Opera’ di John Gay), andata in scena nel 1981 su testo e regia dello stesso Fo e mai pubblicata”.
Il disco vanta una serie interessante di ospiti, sia per quanto riguarda il versante musicale (Mauro Pagani, Sergio Conforti e Ubi Molinari) che della comicità (Nino Formicola del duo Gaspare e Zuzzurro, Raul Cremona e Giovanni Storti del trio Aldo, Giovanni & Giacomo). Questi insieme a Monti contribuiscono a creare un’atmosfera goliardica ma allo stesso tempo acuta e impegnata. “Il punto di partenza di quasi tutti i brani è la chitarra” spiega Giangilberto “non avendo ispiratori particolari, direi che il mio è un mondo di contaminazione tra folk, ballabili e jazz da prima elementare, come direbbe un musicista vero. Diciamo che sono un cantautore dilettante molto professionale.
Per gli arrangiamenti mi sono affidato a un giovane musicista torinese, Bati Bertolio, che ha una solida preparazione classica. Entrando nello specifico delle singole canzoni e dei coautori che hanno collaborato alla realizzazione del disco, il brano ‘Laurel & Hardy’ è ispirato a una lirica del poeta milanese Maurizio Meschia, che ho conosciuto nei primi anni Settanta quando scrivevo le mie prime canzoni d’autore. Nel tempo, Meschia è rimasto legato al mondo artistico di Brera, il quartiere milanese che nel secondo dopoguerra accoglieva il meglio dei pittori, musicisti e scrittori di quell’epoca. La musica invece è di Sergio Conforti, il Rocco Tanica di Elio e le Storie Tese. Gli accordi me li ha scritti su un biglietto del tram. Pensavo fosse uno scherzo, invece non lo era. Poi c’è un bluesman piacentino, Ubi Molinari, autodidatta e grande narratore di barzellette, che gestisce da sempre un locale storico sui Navigli, il Frizzi e Lazzi. Abbiamo scritto diverse canzoni insieme, di solito fuori orario, forse anche troppo. Infine ci sarebbe Mauro Pagani, che conosco dai tempi dei miei esordi e che nei primi anni Novanta avevo frequentato più assiduamente in occasione di un brano poi interpretato da Mia Martini, ‘La mia razza’. In quei giorni avevamo composto degli appunti musicali più ironici, tra cui ‘Americani al largo’, che compare nell’album. Ho chiesto un pezzetto del proprio tempo anche ad alcuni comici noti. Con Giovanni e Raul abbiamo passato tanti momenti comuni, tra scuole di teatro e serate al primo Zelig; con Nino è stato un incontro di ‘serio divertimento’ e grande scuola comica, almeno per me. Ad ognuno di loro va il mio ringraziamento per la pazienza e la disponibilità”.
Giangilberto Monti, la cui attività artistica e culturale può dirsi davvero sconfinata e a 360 gradi (“Una lunga contaminazione tra sacro e profano, senza mai prendersi troppo sul serio. Ci vuole curiosità, stupore e un po’ di megalomania… ma poca, per carità”), ha una storia come scrittore e autore, collaborazioni con la Radio Svizzera Italiana, un’opera di traduzione e adattamento degli chansonnier francesi e molto altro. Approfondire ognuno di questi aspetti richiederebbe troppo spazio (“Tra l’altro su Wikipedia c’è molto poco, magari ci scrivo un libro e racconto quella Milano che mi è passata davanti troppo in fretta. Oggi ho sessantadue anni, ma forse c’è ancora tempo…”) quindi poniamo a Giangilberto alcune domande sparando nel mucchio della sua produzione.
A proposito del libro ‘La vera storia del cabaret’, scritto con Flavio Oreglio: “Sono felice di aver lavorato con Oreglio e ancora più felice di non lavorarci più. È stata una faticaccia, ci ho litigato molto e abbiamo fatto grandi discussioni sulla comicità. E poiché né io né lui siamo grandi cuochi, abbiamo continuato a discutere a pranzo e a cena in pessime trattorie e ottimi locali, quindi ovunque. Penso che abbiamo scritto un libro importante con molti errori, o forse un libro qualunque con grandi intuizioni. Peccato non litigarci ancora, con Oreglio intendo”. Sulla canzone francese (e su autori come Boris Vian, Léo Ferré e Serge Gainsbourg): “È ancora la mia grande passione, dopo il cantautorato italiano e la comicità. Forse perché nella mia visione dell’Occidente tutto nasce da Parigi, almeno dalla Rivoluzione francese in poi. Ho studiato, letto e ascoltato tantissimo di questi repertori, ma per farne un lavoro più serio ci vorrebbero altre vite e io, al momento, ne ho solo una. Gli chansonnier sono stati gli ispiratori della nostra migliore canzone d’autore, e i poeti maledetti (da Villon a Baudelaire) i maestri di questi chansonnier. Tradurli e adattarli nella nostra lingua è stato (e per me rimane ancora) un omaggio doveroso a quel mondo musicale e letterario… un po’ come il master dopo l’università!”.
Infine, a proposito dell’album che reputa il più significativo della sua carriera: “‘Guardie e Ladri’ (1982), un’opera rock a tutti gli effetti, immaginata e realizzata con Flavio Premoli (storico tastierista della PFM) e Roberto Colombo, geniale e spiazzante arrangiatore in studio e grande compagnone nella vita. È stato il primo album di duetti e ospitate nella storia del pop rock italiano. Una favola rock dopo la fine del mondo, quando un’umanità in fuga dal disastro atomico si ritrova nei sotterranei del metró e, per sopravvivere, gioca a Guardie e Ladri. Un musical su disco, senza ballerine. Poi è diventato anche un videoshow preistorico, con la complicità di Fulvio Rinaldo, ‘assemblatore’ di immagini, in seguito regista televisivo. Peccato che la casa discografica, che allora si chiamava CBS e oggi SONY, non abbia mai voluto ripubblicarlo in digitale!”

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