— Fabio Artoni

Volli[su_dropcap style=”flat” size=”5″]L[/su_dropcap]a ricerca “The effect of musical practice on gesture/sound pairing” realizzata dal Centro di Neuroscienze dell’Università di Milano Bicocca e dall’Istituto di Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del Cnr di Milano è stata di recente pubblicata sulla rivista “Frontiers in Auditory Cognitive Neuroscience”. Si trova anche all’indirizzo http://dx.doi.org/10.3389/fpsyg.2015.00376 e se ne consiglia la lettura agli interessati perché i risultati sono avvincenti. Una pratica musicale costante migliora nel tempo la capacità di processare gli stimoli audiovisivi – almeno tanto quanto la strada pregressa degli studi in materia e le deduzioni seguite alla ricerca in oggetto. Si legge che un campione di dieci violinisti e nove clarinettisti del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, età compresa tra i 14 e i 24 e una pratica sullo strumento tra i 2 e i 18 anni, hanno visionato numerosi (quasi quattrocento) brevi filmati in cui un violinista e un clarinettista suonavano alcune sequenze di note. Ma l’audio associato al filmato era nella metà dei casi quello corretto, congruente, e nell’altra metà un altro frammento, sufficientemente diverso, e quindi incongruente. Compito degli studenti era individuare la congruenza (o l’incongruenza) tra quello che si vedeva e quello che si ascoltava, tra gesto e suono. I risultati della ricerca dell’equipe italiana (Alice Madio Proverbio, Lapo Attardo, Matteo Cozzi, Alberto Zani) non solo dicono che gli stimoli audiovisuali sono in stretta relazione con l’apprendimento musicale, ma anche che la capacità di processare informazioni multisensoriali (audio, visuali, motorie) migliora con il crescere degli anni di studio. Il nostro cervello è sempre pronto ad imparare, e la perseveranza porta frutti almeno tanto quanto il dono genetico.

La prima domanda per la Dott.ssa Alice Madio Proverbio – docente di Neuroscienze Cognitive all’Università di Milano Bicocca, editor di riviste scientifiche, polistrumentista su organo, cembalo e violino e coordinatrice della ricerca – è relativa alla più generale questione “nurture vs nature”, traducibile come “ambiente contro natura” o più liberamente come “stimoli ambientali contro predisposizione genetica”…

Alice Madio Proverbio Chi siamo e cosa facciamo dipende in parte dai nostri geni e in parte dall’educazione e dall’ambiente, ma le doti musicali non consistono in una “predisposizione alla musica” in quanto tale, poiché questa non esiste. Un recente studio di Corrigal e Shellenberg ha messo in rilievo il contributo dei geni che codificano “l’inclinazione ad essere aperti a nuove esperienze” presenti nei genitori e da questi trasmessi ai giovani musicisti. Sembrerebbero cruciali anche i 30 geni coinvolti nella secrezione e nel trasporto dopaminergico, nella funzione sinaptica, nell’apprendimento e nella memoria (in particolar modo il gene alpha-sinucleina a rischio nella malattia di Parkinson) i quali secondo un altro studio recente (Kanduri) sarebbero in parte responsabili dell’espressione dell’attitudine musicale e dell’orecchio assoluto. Un altro studio di Hambrick apparso sul “Psychonomic Bulletin Review” quest’anno evidenzia come alla base del successo nella carriera di un musicista vi sarebbero alcuni geni che predispongono alla perseveranza e alla costanza (infatti gli studi musicali richiedono molte ore al giorno di pratica). Inoltre numerosissimi altri geni codificano i vari aspetti della capacità motoria, della coordinazione manuale, gli aspetti emotivi come la resilienza (la capacità di superare gravi difficoltà sul proprio cammino), il narcisismo, il tratto ossessivo e il perfezionismo, la capacità acustica, quella di prestare attenzione, la sensibilità al ritmo, l’eccitabilità sensoriale, il tratto introversione/estroversione, il tratto schizoide/creativo, la tendenza alla malinconia… E chi più ne ha più ne metta. Questo però vuole anche dire che ciascuno di noi è portatore di un cocktail genetico talmente complesso che la “predisposizione alla musica” avrebbe in definitiva un ruolo secondario rispetto a fattori ambientali, come il fatto di vivere in un ambiente dove si ascolta o si suona musica e dove questa è considerata un valore; il fatto di esservi esposti da bambini ed incoraggiati a suonare; il fatto di essere rinforzati positivamente dal proprio studio, dall’esperienza del successo, dal piacere dell’esibizione e dell’ascolto musicale. E ancora dalla possibilità di studiare in un ambiente adeguato, diverse ore al giorno, di avere accesso a studi di qualità nella propria città… Tutti stimoli di tipo ambientale.

Fabio  Avete utilizzato anche tecniche di neuroimmagini in questa ricerca?
Alice  La ricerca apparsa su “Frontiers” non ha contemplato in alcuna maniera misurazioni neuro metaboliche ed elettromagnetiche perché alcune delle tecniche utilizzate nelle neuroscienze cognitive possono dare come effetti collaterali dei piccoli fastidi (dal mal di testa alla nausea). Con allievi di musica e bambini abbiamo utilizzato un metodo meramente cognitivo: raccolta dei dati comportamentali e osservazione della prestazione. Va sottolineata la novità di un lavoro di questo tipo, su un campione di allievi del Conservatorio di età e anni di studio progressivi (dai 2 fino ai 18). Questa ricerca avrà presto un seguito, dal titolo “Instrument-Specific Effects of Musical Expertise on Audiovisual Processing (Clarinet versus Violin)” e sarà pubblicata su “Music Perception”. Si tratta di uno studio elettromagnetico sui musicisti professionisti adulti nel quale si dimostra che i musicisti professionisti posseggono collegamenti multimodali audio/visuomotori solamente per lo strumento effettivamente praticato, e non per un altro strumento musicale. In sintesi: un clarinettista non è in grado di stabilire se un suono udito (ad es., 1.245 Hz, Mi bemolle) corrisponde al gesto musicale osservato sul violino semplicemente perché non è in grado di eseguirlo personalmente.

Fabio  Quali sono state le domande sottese a questa ricerca?
Alice  Ci siamo chiesti se queste modificazioni plastiche del cervello avvenissero fin dai primi anni di studio dello strumento, in modo abbastanza rapido o graduale; se fossero visibili differenze tra il livello pre-accademico e quello accademico; se l’età anagrafica dell’allievo contasse più del numero di ore di pratica, se fossero sufficienti i 10 anni del diploma; o se l’apprendimento continuasse per tutta la vita, e così via. In altre parole in che modo la pratica musicale produce la formazione di collegamenti sinaptici multimodali, la cui attività abbiamo misurato con gli EEG/ERPs e la Tomografia a bassa risoluzione nel cervello degli adulti, e osservato indirettamente nel cervello del bambini e dei ragazzini sottoponendoli a test di sensibilità audio/visuomotoria. L’equazione da noi fatta è che il sapere suonare uno strumento (dal punto di vista meramente pratico, e non artistico) consiste nella formazione di connessioni sinaptiche inedite (sinaptogenesi) sempre più forti e facilitate, tra regioni motorie, uditive, visive e propriocettive [la capacità di percepire la posizione del proprio corpo nello spazio e la contrazione muscolare, anche senza l’ausilio della vista, NdR]. In questi circuiti risiede la memoria per la musica, sia dal punto di vista della procedura (come si suona) che dal punto di vista dei contenuti (cosa si suona). Mentre era noto che più si fa pratica, più si è bravi, non si conosceva la relazione tra sensibilità multisensoriale e apprendimento della musica.

Fabio  Ha detto “Sapere suonare uno strumento, dal punto di vista meramente pratico, e non artistico”. I musicisti sono talvolta indulgenti con sé stessi sulla tecnica, che si può sempre migliorare, ma meno sulla proprie capacità “espressive”, che però sembrano anche quelle che meglio li possono definire come musicisti e artisti.
Alice  La capacità espressiva dell’artista, che risiede comunque in un’abilità maturata nel corso degli studi, riguarda la sua sensibilità emotiva e il suo stile espressivo, in parte appreso e in parte spontaneo e derivante dal suo temperamento, e non era ovviamente oggetto di quest’indagine. Si tratta di un tema molto dibattuto: si prenda come esempio la questione del virtuoso pianista Lang Lang da molti ritenuto assolutamente poco espressivo. È un discorso molto complesso che riguarda anche i temi del cosa sia l’arte, aspetti filologici di come vadano interpretati i brani ecc.

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