Le cose belle

[quote_box_center]Figlio del noto cantautore Ivan Graziani, Filippo ci racconta Le cose belle, l’album che lo ha portato a vincere la Targa Tenco 2014 come migliore opera prima, dopo gli omaggi alla produzione musicale del padre e un periodo ricco di concerti negli Stati Uniti.[/quote_box_center]
Ph Franco Turcati
Ph Franco Turcati

— Luca Masperone

[su_dropcap style=”flat” size=”4″]Q[/su_dropcap]uando si è figli di un artista che ha scritto pagine importanti nel mondo italiano del cantautorato e non solo (Ivan era anche un ottimo chitarrista), pubblico e critica si aspettano molto da te. Spesso anche pronti a criticare, con esigenza e una punta di pedanteria, ogni singola mossa dell’artista che porta un cognome importante. Filippo, però, ha sempre fatto il suo percorso libero di essere se stesso, realizzando un cammino artistico autonomo, pur con grande rispetto e con una voce che ricorda moltissimo quella di Ivan Graziani. Un passato remoto nel rap, un gruppo stoner rock con brani in lingua inglese e un periodo live nei club del Lower East Side di Manhattan a New York sono le esperienze che Filippo ha vissuto con convinzione prima di realizzare i suoi omaggi alla produzione del padre, ai quali fa seguito questo primo album di inediti in italiano, “Le cose belle”, vincitore della Targa Tenco 2014 come migliore opera prima.

Luca Masperone  ll sound del disco “Le cose belle” è fresco e moderno. In fase di arrangiamento avete optato subito per questa scelta?
Filippo Graziani  I brani che compongono l’album sono nati tempo fa, quindi hanno portato “vestiti” diversi negli anni. Alla fine quando è stato il momento di chiudere il disco ho semplicemente usato il suono che mi rispecchiava di più.

Luca  Come si sono svolte le fasi di arrangiamento e produzione dell’album?
Filippo  La fase di pre-produzione è stata la più divertente, anche perché lavoro in casa da solo, quindi mi sono lasciato andare ai sintetizzatori e agli esperimenti con la voce e i suoni di chitarra. Non sono un genio con il computer, ho usato Apple Logic e una “qualunque” scheda audio. Però, ad esempio, le chitarre e la voce di “Paranoia” sono rimaste quelle che ho registrato in casa. Avevano un bel tiro: a volte è meglio tenere la carica del momento, piuttosto che rifare una “take” per forza. Finiti i provini mi sono affidato a Marco Battistini del “Deposito Zero” di Forlì, dove ho registrato e sistemato le tracce che non andavano bene e sostituito strumenti software con strumenti veri. Non sono uno con la fissa del vintage a tutti costi: diciamo che se una cosa suona bene, per me può costare anche 20 euro.

Luca  Hai vinto la Targa Tenco come migliore opera prima: ci parli del festival e di cosa significhi per te questo riconoscimento?
Filippo  Il Tenco è una bella “tacca sul calcio della pistola”. È il premio a mio avviso più importante e blasonato, dato dagli stessi giornalisti, quindi ha una grande valenza, soprattutto per il primo lavoro sul quale di solito un autore ha più incertezze. Il festival è stato un buon trampolino di lancio, anche se non è più la “svolta della vita” di un tempo.

Luca  Si sei stupito di aver ottenuto questo premio con un album non di “cantautorato tradizionale”?
Filippo  Un po’ sì, a dire il vero. Secondo me però, il cantautorato non deve essere considerato un genere musicale: il cantautore è una persona che scrive quello che pensa e canta quello che scrive. Il modo in cui lo espone non dovrebbe avere valenza. Quest’anno al Tenco l’attenzione si è spostata sui testi e sui contenuti, non sul vestito, penso anche a Caparezza che ha vinto la Targa per il miglior album dell’anno.

Luca  Canti utilizzando una voce acuta: dipende dall’influenza di tuo padre o è una caratteristica propria del tuo timbro?
Filippo  Su questo non saprei risponderti… canto come mi viene, sicuramente un po’ di genetica c’entra.

Luca  Il fatto di provenire da una famiglia di artisti e musicisti ti ha permesso di avere presto degli approcci con questo mondo?
Filippo  I primi approcci alla musica sono i primi ricordi di vita che ho. Giravano sempre musicisti per casa, sia durante i tour che nei momenti in cui mio padre registrava. Si era costruito uno studio proprio davanti a casa, quindi tutti i vari personaggi gravitavano lì attorno. Ma a me la musica interessava relativamente all’epoca… mi incuriosiva, nulla di più.

Luca  Qual è stato il tuo percorso di studio?
Filippo  È stato suonare nei locali! Sono autodidatta, quindi ho imparato sul campo e prendendo dritte dai colleghi più bravi. Pensa che nel primo concerto che ho fatto suonavo appena da un anno e sapevo gli accordi solo per le canzoni del set. L’assolo era accendere tutti i pedali disponibili e fare casino. Per qualche motivo funzionò… molto più tardi imparai la pentatonica.

Luca a dove trai ispirazione per i testi delle tue canzoni?
Filippo  Dalle donne… dalla vita… da ciò che mi circonda in generale. A volte può arrivare un’idea per un testo dai posti più assurdi, basta tenere le orecchie aperte.

Luca  Quali sono i tuo riferimenti musicali e chitarristici?
Filippo  Ascolto moltissima musica elettronica, o comunque compositori che utilizzano sintetizzatori, soprattutto gli islandesi. Da ragazzino invece mi sono fatto iniezioni gigantesche di chitarristi del periodo ‘60 e ‘70, su tutti Rory Gallagher, Tony Iommi, Leslie West. Poi più in là mi sono innamorato di Josh Homme, che trovo assolutamente “il fuoriclasse”. Dal punto di vista acustico, ho ascoltato tanto blues degli anni Trenta, su tutti Skip James, il mio preferito.

Luca  Durante la registrazione dell’album, quale strumentazione avete utilizzato per i suoni principali?
Filippo  Ho usato delle Gibson semiacustiche e delle Fender Telecaster, come ampli il mio fedele Vox, ma anche uno Stealton Super Blues AT-30, piccolo combo valvolare economico da 30 Watt dotato di un cono Celestion, che ha un suono particolare. Sui synth ci siamo sbizzarriti: Korg, Moog e un vecchissimo Akai che ho trovato in casa e che ha dominato sul disco… l’ho suonato in quasi tutti i pezzi.

Luca  Parliamo dei tuoi progetti prima de “Le cose belle”?
Filippo  Prima di questo disco, ho realizzato un EP chiamato “First Round” con la mia vecchia band: Carnera. Facevamo dello stoner rock massiccio, in inglese. Sono stati bei momenti… ricordo un’apertura per Zakk Wylde all’Alcatraz di Milano, dove per la prima volta calcavamo un palco importante con quel progetto.

Luca  Parlaci dei tributi discografici e live che hai realizzato come omaggio alla produzione musicale di tuo padre.
Filippo  Le cose principali sono state “Filippo canta Ivan Graziani” e “Tributo a Ivan Graziani”. Il primo è un CD live dello spettacolo che portavamo nei teatri un paio di anni fa, con il quale nel 2011 siamo finiti nella cinquina del Tenco (categoria “interpreti di canzoni non proprie”, NdR). Il secondo invece è un progetto al quale tengo tantissimo, perché ho invitato i personaggi che mi piacevano di più a confrontarsi con la produzione di mio padre: da Benvegnù ai Linea 77, passando per Cristina Donà e i Marlene Kuntz. Il risultato è stato per me fantastico, perché ogni artista o gruppo ha rivisto le canzoni secondo il proprio gusto e visione, in completa libertà.

Luca  Su Ivan Graziani è uscito anche un libro molto accurato: puoi parlarcene? Come si è sviluppata l’idea?
Filippo  Si tratta di una biografia ufficiale scritta e voluta fortemente da Lorenzo Arabia, ottimo conoscitore di musica e scrittore di Bologna. Nel libro sono presenti testimonianze di artisti, amici e di noi familiari, per dare una ricca e completa narrazione della vita di mio padre.

Luca  Qual è il ricordo artistico che serbi di lui?
Filippo  La registrazione di “Maledette Malelingue”, il primo disco registrato nello studio davanti a casa. Mi intrufolavo a incasinare tutti i volumi sul banco. Ero un rompicoglioni da piccolo, ma quella stanza dei bottoni, con tutte le luci e i macchinari, per me era irresistibile. Ho avuto la fortuna di vedere nascere delle canzoni.

Luca  Chi sono i musicisti che ti accompagnano dal vivo?
Filippo  Mio fratello Tommy alla batteria, Marco Battistini al basso, Mattia Dallara alle tastiere e Massimo Marches alla chitarra.

Luca  Qual è il tuo set-up live?
Filippo  Utilizzo le chitarre artigianali di un ottimo liutaio abruzzese che si chiama Gianluca Paolucci. Ne ha create alcune secondo le mie esigenze, come forma ricordano delle Telecaster semiacustiche. Uso un classico Vox AC30 (più lo Stealton che ti dicevo prima) e un paio di pedali distorsori e delay. Un set molto agile e poco complicato. Per me è il polso che conta.

Luca  Quali sono le esigenze secondo le quali sono costruite le tue chitarre?
Filippo  Dal punto di vista dei pick-up sono abbastanza semplici: un humbucker al ponte e un single coil al manico, perché mi piace avere un suono alla Fender, però con un bell’humbucker a disposizione quando ho bisogno di un po’ più di energia. Più che altro le mie esigenze sono di manico, perché per fare certe cose mi piace avere un manico stretto, invece per altre dove magari devo suonare con capotasti preferisco un manico più largo. Poi, per me è importante anche la forma dello strumento, perché credo che la chitarra debba starti bene addosso, come un paio di scarpe o una camicia! Così ti dà più gusto suonarla. Io non sono mai stato un appassionato di chitarre artigianali, pensa che ho mosso i miei primi accordi su una Epiphone del 1968! Ma una cosa che mi piace di questo liutaio è che arriva da una famiglia che produce mobili, quindi ha la possibilità di scegliere legni con venature particolari che poi mette sul manico e che sono bellissimi. Infine, utilizzo meccaniche autobloccanti, mi trovo meglio con la componentistica moderna, è più semplice da usare. Il rischio, quando hai a che fare con meccaniche “vintage”, è che lo strumento non tenga bene l’accordatura. Dal vivo la praticità ha sempre la precedenza, anche perché personalmente lavoro spesso con accordature alternative, passando dal mezzo tono sotto al Drop D, quindi ho bisogno di una chitarra che resti perfettamente accordata e di corde dalla .011 in su.

Luca  Approfondiamo il tema delle accordature alternative?
Filippo  Come ti dicevo, sono un appassionato di blues americano anni Trenta, quindi mi piace andare a guardare le accordature che utilizzavano all’epoca. Tanti artisti che si esibivano voce e chitarra lavoravano con le accordature aperte, perché queste davano loro la possibilità di ottenere spettri sonori pieni sia di basse che di alte e di medie. La chitarra suona in modo differente, sembra quasi un altro strumento. Inoltre, perdi tutte le diteggiature che conosci, devi andare a mettere le mani in maniera atipica, quindi hai la possibilità di scrivere cose che con una chitarra intonata in modo tradizionale non comporresti mai.

Luca  Ci racconti la tua esperienza musicale a New York?
Filippo  Una magnifica esperienza che consiglio a tutti di provare, specie se si suona uno strumento. L’America è un posto dove la musica è protagonista e si ha la possibilità di suonare tutti i giorni, anche due volte al giorno.

Luca  Quali differenze hai riscontrato nella scena musicale, nei locali e nella musica in generale, rispetto all’Italia?
Filippo  Gli americani sono molto attenti e odiano le cover… prima grandissima differenza rispetto al pubblico italiano. La scena è ricca e c’è posto per tutti. Diciamo che se vuoi suonare musica ispirata ai film horror con synth e banjo… beh, qualche matto che la vede come te lo trovi sempre! Horror, synth e banjo… dovrei provare!

Luca  Qual è stata la reazione del pubblico americano nei tuoi confronti?
Filippo  Sono cresciuto bilingue… quindi ammetto di aver finto un po’ di accento italiano, giusto per non confondere le idee! Comunque, il pubblico americano apprezza anche le canzoni in lingua italiana, anche se ovviamente non le capisce. Si lasciano andare alla musica con molta naturalezza.

Luca  Come mai hai deciso di tornare nel nostro paese per proseguire la tua carriera artistica?
Filippo  Purtroppo il visto era scaduto e non sono riuscito ad ottenerne uno lungo… sono tornato controvoglia!

Luca  Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Filippo  Sto lavorando al nuovo disco, che uscirà a breve.

Luca  Qualche anticipazione?
Filippo  A livello di tematiche, continuerò a descrivere quello che mi succede, i miei rapporti, le mie considerazioni sulla vita e su ciò che ho intorno. Dal punto di vista musicale, sto cercando di compattare di più il suono rispetto al primo album, che ho scritto nell’arco di quasi 5 anni. Quindi sto registrando il disco dall’inizio alla fine in una sola mandata, sempre facendo la pre-produzione a casa da solo, perché voglio che sia registrato con lo stesso stato d’animo. Congelare questo momento. A livello sonoro, rimarrò su quest’onda che unisce il legno delle acustiche ai sintetizzatori, con le batterie elettroniche e questa commistione di suoni tipicamente nordeuropei, in più ci sarà qualche puntatina di black, anche se non ti so ancora dire in che quantità.