Festival di Sanremo: paragoniamo i vincitori delle varie edizioni a grandi dischi stranieri dello stesso anno?

All’inizio della prima serata del Festival di Sanremo 2016 è andata in onda una carrellata di tutti i vincitori delle edizioni passate della manifestazione, dal 1951 fino all’anno scorso. Mentre osservavo e ascoltavo filmati e canzoni d’epoca, via via fino a video più recenti, ho avuto l’impressione che ci fosse qualcosa che non andava e che il materiale trasmesso costituisse prova tangibile di un certo isolamento della musica italiana, perlomeno quella televisiva, da ciò che accadeva nel resto del mondo, dalle grandi rivoluzioni (che erano nell’aria, già arrivate o ancora da arrivare) del rock, dei cantautori (che pure noi abbiamo avuto numerosi), dell’elettronica, dell’heavy metal, del rap e lontana, in molti casi, dall’introduzione di qualsiasi novità che rischiasse di variare la formula base. Sicuramente si trattava spesso di canzoni che davano/danno molta importanza alla tecnica vocale e all’aspetto melodico, piuttosto che all’idea. Questo in parte dipende dalla grande tradizione dell’Opera italiana, da cui proveniamo e alla quale la musica cosiddetta leggera è rimasta legata nel tempo. In parte dalla mancanza di voglia di rischiare, di esplorare, di aprirsi alla contaminazione.

 

Così ho pensato di fare un gioco: isolare alcune di queste canzoni vincitrici e i loro interpreti, e accostarle a un disco uscito lo stesso anno in qualche altra parte del mondo.

Certo, si tratta di un gioco “sporco”, nel senso che anche da noi, al di fuori del festival, ci sono stati grandi dischi di cui siamo orgogliosi (Crêuza de mä di Fabrizio De André, l’opera omnia di Giorgio Gaber, Darwin! del Banco del Mutuo Soccorso, Arbeit macht frei degli Area, Nero a metà di Pino Daniele, giusto per citarne alcuni). Così come anche in Inghilterra e negli Stati Uniti esistevano le “canzonette” (in una recente intervista, Marco Minnemann degli Aristocrats mi ha detto: “Non credere che quando eravamo giovani noi, nei nostri paesi ci fosse solo grande musica! In realtà saltavamo delusi da una stazione radio all’altra finché, quasi per miracolo, non trovavamo i Police!).

 

Aggiungo, prima di dare inizio al gioco, che in realtà anche nella “carrellata” iniziale dei vincitori del festival ci sono stati tanti artisti validi. Cito Domenico Modugno (e non solo con Nel blu dipinto di blu del 1958, brano che canta a memoria anche Paul McCartney, ma nelle sue varie partecipazioni), Gigliola Cinquetti con Non ho l’età per amarti (brano scritto da Nicola Salerno e da Panzeri/Colonnello, che avrebbe poi dato il nome all’etichetta di Alberto Salerno e Mara Maionchi), Sergio Endrigo, Adriano Celentano, Nicola Di Bari, Massimo Ranieri, Riccardo Cocciante, Enrico Ruggeri, Avion Travel e, tra i più recenti, Elisa, Simone Cristicchi e Roberto Vecchioni (eh sì, lui il festival lo ha vinto nel 2011, l’anno dopo Valerio Scanu, come una specie di “premio alla carriera”).

 

Terminate le premesse, diamo inizio al gioco:

 

1954

Giorgio Consolini – Tutte le mamme

Elvis Presley – That’s All Right / Blue Moon of Kentucky

 

Il 1954 dà fuoco alle polveri del rock ’n’ roll, energica versione “bianca” del rhythm and blues afroamericano, con Elvis in testa a un gruppo di cattivi ragazzi tra cui Bill Haley & His Comets e (poco tempo dopo) Carl Perkins e Jerry Lee Lewis. Al Festival di Sanremo, Giorgio trionfa cantando “Son tutte belle le mamme del mondo / quando un bambino si stringono al cuor”. Rivoluzionario.

 

1959

Domenico Modugno – Piove

Miles Davis – Kind of Blue

 

Modugno è straordinario e molto rappresentativo della nostra musica, ma non si può non citare il disco più venduto della storia del jazz (insieme a, dello stesso artista, Bitches Brew). L’album che ha sdoganato il jazz modale, rappresentazione del suono e della visione di uno dei più grandi artisti e geni del Novecento, Miles Davis.

 

1963

Tony Renis – Uno per tutte

The Beatles – Please Please Me

 

Il primo album del quartetto di Liverpool dà inizio a un fenomeno culturale di proporzioni enormi, che lo storico Jacques Le Goff avrebbe identificato come uno degli episodi più significativi del XX secolo. Serve aggiungere altro?

 

1965

Bobby Solo – Se piangi, se ridi

Bob Dylan – Highway 61 Revisited

 

Il ’65 è l’anno dell’incontro tra il folk revival, tradizionalmente suonato con strumenti acustici, e il rock elettrico. La figura che opera questa fusione, non senza addirittura ricevere minacce di morte per la sua defezione, è Bob Dylan, il cantautore americano per eccellenza. La rivista Rolling Stone avrebbe definito il brano di apertura del disco, Like a Rolling Stone, “la più bella canzone di sempre”. Al di là delle esagerazioni proprie di certa stampa di settore, il disco resta un capolavoro da ascoltare dall’inizio alla fine.

 

1973

Peppino di Capri – Un grande amore e niente più

Pink Floyd – The Dark Side of the Moon

 

Quando un disco ha tutto: canzoni stupende, prodotte, arrangiate ed eseguite come se fossero la cosa più importante del mondo, che hanno finito per diventarlo davvero. La voce di Richard Wright (sì è la sua) nel ritornello di Time e l’assolo di chitarra di David Gilmour rappresentano un momento altissimo, così come l’intera The Great Gig in the Sky; i testi di Roger Waters, l’apporto di Alan Parsons sono quanto di meglio, ancora oggi, si possa trovare. La perfezione.

 

1982

Riccardo Fogli – Storie di tutti i giorni

The Cure – Pornography

 

Nell’82, in piena dark wave, i Cure confezionano un monumento di suono e atmosfera, ipnotico, dall’andamento ciclico e, per citare la traccia numero 7 del disco, “freddo come la vita”. Il brano di Fogli resta comunque molto piacevole.

 

1986

Eros Ramazzotti – Adesso tu

Metallica – Master of Puppets

 

La canzone dal forte ritornello melodico che garantisce il successo a Eros Ramazzotti crea un buon contrasto con il capolavoro dei Metallica dell’86 Master of Puppets, da molti considerato il disco metal per eccellenza, con un songwriting al quale ci saremmo voluti abituare. Una cosa è certa, la title track ha tutto: una intro devastante e riconoscibile, una struttura avventurosa ma non dispersiva, un testo di spessore (non parla del diavolo, ma di tossicodipendenza), parti strumentali stupende e un assolo veloce e frenetico.

 

1997

Jalisse – Fiumi di parole

Björk – Homogenic

 

Il gruppo più attaccato della storia del festival personalmente non mi sembra si discosti in modo particolare dagli standard a cui ci ha abituato la manifestazione. Björk invece sorprende, mescola generi e suoni, emoziona e angoscia con la sua voce e le sue sperimentazioni. Con Jóga dimostra che si può scrivere una canzone d’amore non banale, regalando all’ascoltatore una piccola perla e una poesia.

 

2009

Marco Carta – La forza mia

Joe Bonamassa – The Ballad of John Henry

 

Mentre il talent show Amici invade il Festival di Sanremo, Bonamassa si afferma sempre di più come uno dei massimi chitarristi rock blues al mondo, con il suo fraseggio perfetto, sintesi dei grandi maestri del passato (Albert e B.B. King, Eric Clapton, Jeff Beck, Rory Gallagher, Gary Moore e, perché no, Eric Johnson), con una buona dose di originalità nella plettrata e nel virtuosismo, così come nella scelta del repertorio e nella voce.

 

Bene, mi fermo qui, perché ogni bel gioco dura poco. E se non ho citato dischi e nomi importanti (inevitabilmente), o se non siete d’accordo, non ve la prendete con me, si trattava soltanto di un gioco.

 

A questo link si può vedere il video dei vincitori di tutte le edizioni del Festival di Sanremo:

youtube
please specify correct url

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here