Alternativo ante litteram

[quote_box_center]A partire dai primi anni del duemila, Eugenio Finardi ha intrapreso un percorso vario e diversificato, iniziato cantando fado con Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso e proseguito con progetti come “Anima Blues”, fino ad arrivare a esibirsi alla Scala di Milano. Oggi Finardi è fiero di essere un musicista veramente libero e si sente nuovamente pronto a vestire i panni del cantautore dall’atteggiamento rock e ribelle. Mentre fervono i preparativi per il quarantennale del suo secondo disco “Sugo” e del brano “Musica ribelle”, “Fibrillante”, il suo ultimo album di inediti, è ancora argomento di forte attualità. Un disco furente e arrabbiato, che scatta una foto impietosa dell’Italia di oggi senza risparmiare nessuno, dai “culi stanchi” agli “ideologi cresciuti alla Bocconi”, senza dimenticare i moderati e la classe dirigente. Abbiamo incontrato Eugenio Finardi per farci raccontare il suo percorso musicale. Lui, vero cultore del suono e appassionato collezionista di strumenti, è entusiasta mentre ci mostra le sue chitarre e ci racconta la sua storia artistica.[/quote_box_center]

— Luca Masperone

PH Rudy Amisano De Lespin
PH Rudy Amisano De Lespin

Luca Masperone Come è cambiato il tuo modo di lavorare in studio, dai primi dischi con la Cramps a oggi?
Eugenio Finardi Rispetto agli anni Settanta, in un certo senso, oggi siamo ritornati alle origini: abbiamo ripreso a registrare dal vivo in studio, suonando tutti insieme e limitando le sovraincisioni. Ho iniziato a lavorare in studio di registrazione quando c’erano ancora gli 8 tracce. Stiamo parlando del 1973: all’epoca facevo il session man, il corista, producevo. Quando ho registrato il mio primo album come Finardi, esattamente 40 anni fa, lavoravamo già su 24 tracce. Il riverbero era reale, nel senso che c’era proprio una stanza, tutta piastrellata, con una vasca che poteva essere con o senza acqua. All’interno della stanza si trovavano un microfono e, dall’altra parte, un altoparlante: avvicinando e allontanando il microfono, che scorreva su un binario, si otteneva la quantità di riverbero. Poi c’era l’Echo Binson (eco a nastro con varie testine) e i primi sintetizzatori. Nel mio primo 33 giri, nel brano “Saluteremo il signor padrone”, c’è Franco Battiato che suona il VCS3, mentre nei miei provini degli anni precedenti usavo già il Minimoog per fare i corni. “Non gettate alcun oggetto dai finestrini”, “Sugo” e “Diesel” sono stati registrati fondamentalmente dal vivo in una grande stanza. Le sovraincisioni erano poche, giusto per i dettagli. Ho lavorato in questo modo fino a “Roccando rollando” e ultimamente sono tornato alla stessa tecnica: i miei dischi da “O Fado” (2001) in poi (in misura minore “Fibrillante”), sono stati registrati dal vivo in studio, in particolare “Anima Blues”. Chiaramente la chitarra aveva l’amplificatore in un box di contenimento del suono, la batteria era in un altro gabbiotto ecc., però la voce si trovava nello stesso ambiente dell’Hammond e sono soddisfatto del risultato. Mi sono reso conto che il processo di registrazione a strati, oltre a essere molto più caro, falsa il senso, è freddo, dà questa pseudo-perfezione estetica che però toglie l’interpretazione, la particolarità. Anzi ti dirò di più: trovo che sia un errore incidere prima il disco e poi portarlo dal vivo. Per me è fondamentale provare le canzoni davanti a un pubblico, abituarcisi, lavorarle e poi registrarle. Ad esempio, i due album della mia ultima produzione di cui vado più fiero, “Anima Blues” e “Il cantante al microfono”, sono stati registrati dopo essere stati spettacoli dal vivo. Addirittura “Il cantante al microfono” è stato registrato in un giorno e mezzo di sala di incisione: siamo entrati in studio alle 14 di lunedì e martedì notte alle 2 avevamo già finito.

Luca Nel 2014 però arriva “Fibrillante”, la cui realizzazione è stata diversa, principalmente per la produzione di Max Casacci dei Subsonica, che tra l’altro conferisce al disco un’aura di modernità con le sue suggestioni elettroniche.
Eugenio La tecnica di produzione di Max prevede l’autocampionamento, la compressione parallela, quindi il disco è stato relativamente sovrainciso. In realtà, prima abbiamo registrato le basi dal vivo in uno studio a Bruino con tutta la band in diretta. A proposito, tengo a citare i ragazzi: Giovanni “Giuvazza” Maggiore (chitarre), Paolo Gambino (tastiere), Marco Lamagna (basso) e Claudio Arfinengo (batteria). Poi Max ha sentito le basi e ha deciso di coprodurre il disco con me, proprio a livello finanziario, e tecnicamente con “Giuvazza”, che ha avuto un ruolo importante sia nella scrittura dei brani che nella lavorazione dell’album. Così siamo andati all’Andromeda, lo studio di Max, e lì abbiamo finito il lavoro a strati, ma senza eccedere. L’album è abbastanza scarno come strumentazione, però ogni suono è molto trattato. Ti faccio un esempio: in “Come Savonarola” abbiamo registrato la base, poi Max ha preso la batteria, l’ha campionata e l’ha ricostruita. Senza di lui il disco non sarebbe stato così, è diventato mio socio nel progetto con tutta la sua struttura, anche con Silvia Magoni che ha fatto un grandissimo lavoro per vendere poi il CD alla Universal.

Luca “Fibrillante” è il tuo primo album di inediti in italiano da molto tempo. Ad esempio “Il cantante al microfono” era un omaggio a Vladimir Vysotsky, “Anima Blues” un disco di inediti in lingua inglese e così via… il momento era maturo?
Eugenio Max e Giovanni si sono “coalizzati” per stimolarmi a fare questo album. Io in realtà ero un po’ dubbioso inizialmente, prima di scrivere il materiale. Avevo smesso di fare “Finardi” praticamente nel 1999, dopo “Accadueo”, che per me era stato una grande delusione. All’epoca mi sentivo agli arresti domiciliari di me stesso, prigioniero del “brand”. Così ho fatto il disco di fado con Francesco Di Giacomo del Banco e con Marco Poeta, poi “Il silenzio e lo spirito” e tante altre cose, rendendomi conto che, con i progetti giusti, potevo diversificare il mio repertorio ed essere libero. Ad esempio con il progetto blues abbiamo fatto 120-130 date. Potevo anche utilizzare la mia voce in un altro modo. Però, anche dai discorsi che facevo in tournée, a cena, con i ragazzi della band, con Max quando ci vedevamo, tutti hanno avuto la sensazione che io fossi pronto a tornare alle mie radici, a fare “Finardi”, che per tutti rimane quello degli anni ’70, anche se in realtà la mia carriera ha avuto diverse epoche e periodi.

Luca Hai creato un album che nasce dalla crisi economica e che di essa parla, un disco che non poteva uscire che ora, sei d’accordo?
Eugenio È una testimonianza di quest’epoca e dell’età che ho adesso, così come i dischi degli anni Settanta testimoniavano quel momento e la mia età di allora. Io non ho mai smesso di girare, sono costantemente in tournée, quindi vivo molto di più la realtà delle persone. Le cose che dicevamo negli anni Settanta andrebbero dette oggi, ma nessuno trova osceno che le 85 persone più ricche del mondo possiedano quanto 3 miliardi e mezzo di poveri. Così come è osceno lo squilibrio che c’è tra il guadagno dei dirigenti e quello degli impiegati. Questo porta a delle ingiustizie e a degli squilibri sociali pesantissimi. Ed è stupefacente che nessuno se ne meravigli, che i miei figli stessi non se ne indignino. Questo perché c’è un enorme controllo dei mezzi di comunicazione, internet incluso, che in apparenza sembra estremamente democratico e poi non lo è.

Luca In “Come Savonarola” dici “Urlo alla luna e al sole le mie inutili parole che nessuno sta a ascoltare”. Secondo te oggi è inutile dire la propria e indignarsi o esiste ancora una fetta di persone che ha voglia di ascoltare?
Eugenio Io vedo che quando canto il brano “Cadere sognare” dal vivo, questo ottiene reazioni importanti da parte della gente. Finisce la canzone, c’è quell’attimo di silenzio, poi inizia l’applauso, un lungo applauso di adesione. Ed è intenso, molto forte. Non nasce perché il pubblico conosce il pezzo, come con “Extraterrestre”, ma perché è d’accordo.

Luca Il sound dell’album, sarà anche per la produzione di Max, si avvicina a tratti al rock alternativo. Tu sei considerato un maestro dai cantautori e artisti rock indipendenti italiani. Ti riconosci in questo ruolo?
Eugenio Si tratta di un suono molto coerente con quello dei miei dischi degli anni Settanta. Se tu senti, parlando dei miei primi brani, “Voglio”, la versione originale, è un pezzo stranissimo, di un’originalità sconvolgente. Anche “Scimmia”… i brani del periodo Cramps hanno una sonorità unica, per nulla cantautorale, in realtà molto affine a quello che sarebbe stato l’indie pochi anni dopo. Infatti uno degli argomenti di Max nel convincermi a fare il disco, aiutato anche da Manuel Agnelli, è stato che secondo loro io non sono l’ultimo dei cantautori, ma il primo degli “alternative”. Questa è una cosa che mi onora e che mi ha stimolato molto.

Luca Il brano di chiusura del disco, “Me ne vado”, ha un testo molto interessante, tra l’altro con una certa funzione di contrasto tra la musica allegra e ritmata delle strofe e le cose che dici, che sono macigni. Come nasce questo pezzo?
Eugenio È uno stile che appartiene alla Cramps. Del resto all’epoca non eravamo separati, non c’era il mondo Area, il mondo Finardi ecc., in realtà si trattava di un collettivo, quindi alla fine è difficile capire chi ha creato cosa. Non a caso in “Me ne vado” c’è uno splendido assolo di pianoforte suonato da Patrizio Fariselli, degli Area, ospite nel nuovo disco. Negli anni Settanta esisteva la scuola genovese, quella romana, una scuola bolognese e poi c’erano Milano e Napoli unite da un ponte diretto. Ho suonato molto con i musicisti che provenivano dal gruppo Napoli Centrale, c’era un costante scambio. Era un mondo di musicisti più che di scrittori di testi, questa è la differenza rispetto al modo di essere cantautori alla Club Tenco. La scena Cramps e quella napoletana erano unite da questa nuova musica italiana, un po’ fusion, ma anche legata alle nostre radici. Una delle cose di cui vado più fiero è il fatto che brani come “Musica ribelle” non siano la traduzione di qualcosa che stava accadendo in America o in Inghilterra, ma una via totalmente italiana che stava accadendo in parallelo. “Musica ribelle” è nata non dal tentativo di italianizzare l’inglese, ma per creare qualcosa che fosse su una metrica italiana, inoltre è in sedicesimi, con questo uso del charleston che ci appartiene e con l’utilizzo dei mandolini elettrici.

Luca A proposito di “Musica ribelle”: il 2016 sarà il quarantennale del brano e quindi del tuo secondo album “Sugo”. Vuoi anticiparci le iniziative nate per celebrare questo anniversario?
Eugenio In realtà la celebrazione più importante non origina da me ma da una compagnia di Livorno, i Todomodo, che ha deciso di portare in scena un’opera rock con le mie musiche, che si chiamerà appunto “Musica ribelle”, una storia di ragazzi degli anni Settanta e di ragazzi di oggi. Il copione è scritto da Francesco Niccolini, bravissimo autore che collabora anche con Paolini. Io ne faccio parte, nel senso che sarò anche uno degli attori, ma non è la mia storia. Per il resto, una delle cose che vorrei fare è rimasterizzare tutta la mia discografia, soprattutto i dischi degli anni Settanta. Poi vorrei fare un po’ di concerti con i musicisti e con gli strumenti dell’epoca. Quest’ultima idea mi è venuta da Casacci e da Martellotta: i musicisti di oggi hanno il culto dello strumento, del suono. Noi invece non ci rendevamo conto, usavamo gli amplificatori che compravamo. Non pensavamo a P-90 o humbucker, si acquistava una chitarra e da lì si creava la propria sonorità. Oggi invece c’è una ricerca sonora molto più approfondita anche in Italia. Io stesso mi sono appassionato al vintage e alla qualità, ad esempio agli amplificatori valvolari classe A point to point.

Luca So che sei diventato un cultore di strumenti musicali e che ne hai un’ampia collezione. Quali sono le tue preferenze?
Eugenio Ho circa una quarantina di chitarre. Nasco con una Gibson SG del 1967. È la mia chitarra storica, quella che si trova sulla copertina di “Roccando rollando”. Ce l’ho ancora, però la SG ha il difetto di non rimanere bene accordata, così ora utilizzo altri strumenti. La mia preferita è una Telecaster che mi sono fatto costruire da uno straordinario artigiano, Rocco di Aurora Custom Shop. Si tratta di una relic e si chiama “Rebelcaster”, anche la scritta sulla paletta non è Fender ma Finardi. I pick-up li ha fatti un ragazzo di Salerno, Massimo Serra (potete trovarlo su www.pickupmakers.com), che fa gli avvolgimenti come li vuoi tu. Io ho sempre trovato il suono del pick-up al manico della Telecaster troppo scuro, infatti non lo utilizza quasi nessuno, se non per il country con il suono pulito. Lui me ne ha realizzato uno con meno avvolgimenti persino della Nocaster, che ha un suono “vuoto” bellissimo, questo “hollow tone” molto risonante, che abbiamo usato tantissimo in “Fibrillante” e nel disco precedente “Sessanta”. La Gibson che invece utilizzo maggiormente è quella di “Anima Blues”, una ES-135 Custom Shop bellissima color vinaccia. Importantissimo per il suono è il suo ponte Tune-o-matic con il “tailpiece”, che dà più sustain. Tra i nuovi acquisti c’è una Epiphone Casino color legno, completamente vuota, che ha una risonanza molto particolare. Ha i P-90, parecchio sustain e molti armonici. È splendida per arpeggiare in elettrico, con il suono appena crunch. E ha lo stesso ponte della 135. Di recente ho comprato anche una Telecaster con un mini-humbucker al manico e un Seymour Duncan Antiquity al ponte, che ha un suono ricchissimo di basse. In alcune foto mi potete trovare con una Les Paul originale del 1959, che però non è mia, me l’ha prestata Mauro Pagani e vale un patrimonio. Anche se in realtà non uso la Les Paul, che per me pesa troppo, nonostante sia uno strumento che amo molto.

 

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