Eridana: IT Decay

— Luca Masperone

Un nome evocativo, che prende spunto dal mito di Fetonte, che per affermare la sua identità e ribadire la propria libertà si ribella, ruba il carro del Sole, ma ne perde il controllo e viene lanciato per punizione nel fiume Eridano. Un sound che è un incrocio tra hard rock, grunge e new metal: questi sono gli Eridana, al secolo Emanuele Bartoli (chitarra e voce), Francesco Garrone (batteria), Alessandro De Berti (basso), che ci presentano “IT Decay”, album caratterizzato dai testi in italiano e da un suono aggressivo vicino a quello di una registrazione live.

Spiegano i ragazzi: “Il nostro sound si è sviluppato in maniera molto semplice. In passato, prima di arrivare alla realizzazione di “IT Decay”, avevamo realizzato delle demo che non avevano convinto né noi né Alessandro De Berti, nostro bassista e produttore artistico. I suoni risultavano troppo puliti e facevano perdere d’identità le nostre canzoni. La svolta c’è stata quando abbiamo fatto ascoltare ad Alessandro delle registrazioni fatte, amatorialmente, nella nostra sala prove. Si trattava di take riprese con un economicissimo microfono posizionato al centro della stanza. Abbiamo capito che era quello il sound da migliorare e che ci avrebbe caratterizzato. Non a caso, l’album è stato registrato in “location recording”, grazie alla professionalità di M.I.L.K. (Minds In a Lovely Karma), nella nostra sala prove. Per quanto riguarda i testi, l’uso della lingua italiana non ci pare inconsueto, né un’idea particolare… è semplicemente la nostra lingua madre! Scrivere significa voler condividere un messaggio con chi ti ascolta. I testi degli Eridana affrontano tematiche spesso molto intime, esperienze personali, frustrazioni, sconfitte, speranza, eccetera. Utilizzare parole forti, accompagnate a suoni non da meno, è un modo che abbiamo per sfogare tutto quello che non funziona nella nostra vita privata e siamo certi che le stesse sensazioni le possa provare anche chi ci ascolta. Vogliamo risvegliare le coscienze di coloro che si sono adagiati alla subordinazione!”.

Un’altra particolarità della band è che i componenti preferiscono non mostrare i loro volti, né effettuare fotografie nelle quali si veda il loro viso. Ne è la prova il videoclip del brano che dà il titolo all’album, “IT Decay”, rappresentato attraverso la storia di un burattino dall’aspetto vagamente familiare, “un Pinocchio metropolitano dipinto con i tratti di un grande punto interrogativo sulla realtà, che vaga per una città senza anima e senza gioia”. Come sottolinea il gruppo: “È la storia di Pinocchio, ma rivisitata e ambientata nella società italiana attuale. IT sta per Italia e Decay per decadenza. Il nostro malinconico burattino riesce a liberarsi dai fili per andare a scoprire il mondo al di fuori del teatro nel quale è abituato a esibirsi. Il problema è che all’esterno non si trova a suo agio. Si scontra anzi contro un disagio sociale. Roma è totalmente nel degrado, la sua amica Fata Turchina ha perso i suoi poteri magici e ora, per sbarcare il lunario, è costretta a prostituirsi. Nel video, sono presenti anche Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, che recitano il ruolo che oggi attribuiamo alla classe politica. La regia è di Edoardo Palma, un regista giovane di grande talento e prospettiva. L’animazione di Claudia Brugnaletti. Tutte le immagini in cui è presente Pinocchio sono state girate con il green screen e poi montate in post produzione. Il regista ha voluto che anche noi apparissimo sotto forma di burattini. Il risultato è a nostro avviso sensazionale, grazie al make-up di Lucia Pittalis”. Andiamo ora in profondità nella fase di registrazione e missaggio dell’album, che presenta sonorità grezze e aggressive come il basso del brano “Odio me” e il riff implacabile della title track, miscelate con qualche pezzo di atmosfera come “Traccia fantasma” e “No Name”: “IT Decay è stato registrato interamente nella nostra sala prove, tranne le voci che sono state riprese in studio. L’obiettivo, come dicevamo, era quello di raggiungere un sound che si avvicinasse il più possibile a una situazione live. Alessandro ha voluto che suonassimo tutti e tre guardandoci negli occhi, per entrare maggiormente in sintonia, carpendo ognuno le emozioni degli altri. È stato un trucco davvero importante, perché adesso continuiamo a svolgere le prove posizionati in cerchio.

Per entrare nei dettagli tecnici, abbiamo suonato nella sala in cui era posizionata la batteria. Per evitare i famosi rientri, abbiamo dovuto posizionare gli ampli delle chitarre in una stanza e l’ampli del basso in un’altra. Per i brani più aggressivi, le chitarre utilizzate sono state una Gibson Firebird di metà anni 2000 e una Fender Musicmaster di fine anni ’70, modificata con l’aggiunta di un humbucker al ponte. Per il brano “No Name” abbiamo usato una Fender Telecaster del ’69, mentre per “Traccia fantasma” una Fender Jaguar American Vintage del 2004. L’amplificazione delle chitarre è stata così strutturata: testata valvolare Mesa Boogie F-50 più cassa Mesa Boogie con 4 coni come ampli principale, del quale sfruttare l’aggressività del canale distorto. Al Mesa era collegata una testata valvolare Marshall DSL100 con cassa Marshall 1936 a 2 coni, che tenevamo sempre in leggerissima saturazione. Nel brano “Rohypnol” invece abbiamo collegato al Mesa un classico Vox AC30, poi riutilizzato come ampli unico in “No Name”. Abbiamo cercato di servirci del minor numero possibile di pedali. Da citare sono solamente un eco a nastro Wem Copicat e un Electro Harmonix Polychorus. Il suono aggressivo del basso è stato creato grazie ad un Gibson Ripper dei primissimi anni ’80, collegato ad una testata valvolare Ampeg SVT-CL con cassa Ampeg 410HLF. Per la distorsione, Alessandro ha usato un Boss Super Overdrive. Come batteria è stata utilizzata una Pearl Vision in betulla con rullante Ludwig Chief Titanium. Una scelta fondamentale, fatta insieme al nostro tecnico del suono Alberto Rossetto, che ha curato le registrazioni e i mix, è stata quella di “panpottare” la chitarra a sinistra e il basso a destra, lasciando la batteria in posizione centrale. In questo modo tutti gli strumenti sono facilmente udibili anche da un orecchio meno esperto, enfatizzando quel sound crudo e diretto che caratterizza l’album. I mix sono stati eseguiti su un banco analogico”.

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