Ergonomia delle workstation

La workstation Zaor Miza 61

Avere gli strumenti e i processori sottomano è prima di tutto esigenza creativa: l’ergonomia di uno studio è difatti in grado di aumentarne grandemente la produttività. Come fare per coniugare accessibilità e stabilità di posizionamento delle nostre macchine con la voglia di spendere poco?
Molti anni fa possedevo un riverbero digitale con un’interfaccia-utente che rendeva laborioso l’editing degli algoritmi. Siccome in studio non avevo spazio libero, il riverbero finì lontano dalla mia postazione di lavoro principale, e anche piuttosto in alto rispetto alla posizione seduta che di solito si mantiene in studio: per usarlo dovevo sporgermi e alzare le braccia sopra le spalle, cosa che dopo pochi minuti diventa faticosa. Come risultato di questa situazione quel riverbero venne usato quasi esclusivamente con i preset di fabbrica: la combinazione di una cattiva ergonomia del prodotto con una pessima collocazione aveva colpito duro. Imparai così a mie spese il valore della parola “ergonomia”: in studio, essa si declina con l’avere le apparecchiature tutte a portata di mano, ben impilate e salde nei loro appoggi, ma nel contempo immediatamente accessibili. È un risultato per nulla facile da ottenere, specialmente se non si vuol ricorrere ad installazioni ad hoc molto costose.
Ecco, qui casca l’asino: spendiamo volentieri molte migliaia di euro in synth e processori, ma poi ci rifiutiamo di aggiungere qualche biglietto da cento per sistemare tutto bene e farlo lavorare appieno. Sì, perché l’ergonomia è anche un modo per sfruttare al meglio gli investimenti fatti in strumentazione: se infatti una macchina è lontana o comunque difficile da raggiungere, probabilmente ci passeremo poco tempo insieme e difficilmente così riusciremo a spremerne fino in fondo tutto il suo potenziale sonoro.
Chiarito quanto sia opportuno spendere qualche “centino” per garantire l’ergonomia dello studio, eccoci a cercare di contenere gli esborsi il più possibile. Non è infatti necessario (né purtroppo possibile…) inseguire le meravigliose e perfette installazioni degli studi californiani che si vedono nei siti dei produttori più affermati. Sappiate però che anche con mobili e strutture semplici possiamo ottenere uno studio ben organizzato.
Fondamentale è la postazione di lavoro principale, quella che molti costruttori di mobili da studio e supporti chiamano “workstation”. Interessante, tra le varie proposte disponibili, il catalogo Zaor (produttore rumeno di recente apparizione che, grazie al basso costo del lavoro in patria, produce studio-furniture dall’ottimo rapporto qualità/prezzo). Il Miza 61 per esempio è un solidissimo desk con piano principale, ripiano inferiore estraibile adatto a una master-keyboard da 61 tasti, doppio rack superiore da 2 x 4U e ripiano sopra di esso ove poggiare i monitor. Lo street price è di circa 500 euro.
Soluzioni preziose possono comunque arrivare anche da cataloghi di mobilio “non dedicato”: è infatti possibile trovare soluzioni a esigenze particolari sfogliando il catalogo Ikea o quelli di altre catene di arredamento della grande distribuzione. La scaffalatura a parete Ikea Algot per esempio potrebbe rivelarsi preziosissima per montare ordinatamente tante tastiere o drum machine, magari disponendo su qualche scaffale anche una coppia di casse monitor di piccola taglia in modo da ascoltare frontalmente le operazioni di sound-design, senza dover ascoltare disassati rispetto ai main-monitor. Validi potrebbero rivelarsi anche i tavoli porta-computer offerti da numerose altre catene, capaci di fare da mobile-workstation con tanto di ripiano principale, supporto rialzato per i monitor e cassetto estraibile in cui inserire una piccola master-keyboard. Occhio solo alla solidità e stabilità dell’oggetto, da verificare caso per caso. Anche i supporti per PC delle serie Bräda, Svartåsen e Vittsjö (ancora di Ikea) potrebbero risolvere molte situazioni, magari permettendo di trovare un solido appoggio per un Novation Launchpad o una Native Instruments Maschine!

 

[su_box title=”CME X-KEY, GENIALE TASTIERA SALVASPAZIO” box_color=”#00c0ee” radius=”0″]La Xkey è una tastiera MIDI con due ottave di estensione dalla forma particolarissima e poco ingombrante. Ne parliamo in questa sede in quanto può diventare una risorsa preziosissima in un desktop affollato. La Xkey non ha alcuna intenzione di far concorrenza alle master con tasti full-size ed ampia estensione, tuttavia per esigenze di sound-design, per provare i timbri, per programmare sequenze e lanciare clip anche una tastiera compatta può svolgere egregiamente la sua funzione. L’importante è che sia un oggetto qualitativo, ed è appunto questo il caso della Xkey: si tratta di una meccanica unica nel suo genere grazie ai 25 tasti piatti (molto simili a quelli delle tastiere “a isola” dei notebook) e tuttavia sensibili alla velocity e molto suonabili. Essi rispondono inoltre anche all’aftertouch polifonico, mentre le ruote di pitch e modulazione sono sostituite da pulsanti sensibili alla pressione (più si premono, più marcato è l’effetto). Due pulsanti posti in alto a sinistra traspongono la tastiera di +/- quattro ottave. Tutti i parametri di assegnazione sono inoltre modificabili col software Xkey+ che consente di rimappare le note di tastiera, modificare le curve di velocity (anche tasto per tasto!) e sostituire i messaggi di Note On con MIDI CC e Program Change in modo da usare Xkey anche come controller di applicazioni. L’alimentazione è via bus USB e l’installazione non richiede driver su MacOS, iOS e Windows. Le dimensioni, il peso di 600 g e il profilo piccolissimo di Xkey consentono di posizionarla vicino alla tastiera del computer, e magari spostarla quando si svolgono altre funzioni. Il prodotto ha uno street-price di 99 euro.[/su_box]
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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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