La musica non è perfetta!

[quote_box_center]Storico ingegnere del suono di Jimi Hendrix, Beatles, Led Zeppelin e Rolling Stones, tanto per citarne alcuni, Eddie Kramer discute con noi del rapporto tra analogico e digitale, delle sue esperienze con i grandi del passato, del mondo musicale odierno e di alcuni nuovi prodotti che portano con orgoglio il suo nome.[/quote_box_center]

— Luca Masperone

Kramer[su_dropcap style=”flat” size=”4″]N[/su_dropcap]onostante si definisca “un freak dell’analogico”, Eddie Kramer, 72 anni e una carriera ormai impressa a fuoco nella storia del rock e della musica in genere, è un vero sostenitore dell’integrazione tra mondo analogico e digitale. Come se i plug-in realizzati con la Waves non fossero sufficienti a testimoniare la sua apertura mentale (“Quando mi hanno chiesto di entrare nel loro campo, ci ho pensato e gli ho detto: Ok, ma dovrà suonare come se fossimo agli Olympic Studios con Jimi Hendrix nel 1967!”), Eddie ci racconta come registra e mixa oggi, tra il restauro del repertorio di Jimi e la scoperta di nuovi artisti come il giovanissimo Ray Goren, chitarrista di 14 anni che si sta dimostrando un vero talento alla Joe Bonamassa.

Luca Masperone Cosa consigli a chi inizia lo studio della tua professione? Iniziare con attrezzatura analogica imparando su di essa per poi passare al digitale o dare inizio ai giochi direttamente “all in the box”?
Eddie Kramer Domanda interessante… ci sono molteplici risposte, ma cercherò di semplificare il più possibile. Se fosse per me, e io stessi dirigendo la mia scuola, suggerirei un’immersione nel mondo dell’analogico, perché penso che i principi della registrazione inizino lì. Devi imparare come registrare, trovare lo spazio, una stanza che suoni bene, trattarla per rendere possibile la registrazione, mettere i musicisti nelle condizioni di dare il meglio. Devi possedere una discreta selezione di microfoni, ottimi preamplificatori microfonici e una buona console analogica. Mi rendo conto che ci sono un sacco di ragazzi che vorrebbero utilizzare questo approccio ma non hanno i soldi per l’attrezzatura, allora prendono Pro Tools. È ok usare Pro Tools, ma è bene mettere davanti ad esso un po’ di attrezzatura analogica, ad esempio un preamplificatore microfonico Neve. Sicuramente è molto costoso, ma esistono altre buone opzioni.

Luca Ad esempio?
Eddie Io sono un fan dell’attrezzatura Lunchbox. Hanno così tanti apparecchi… propongono qualcosa come 50 differenti tipi di preamplificatori microfonici, equalizzatori, limiter. Con un range di prezzo che va più o meno dai 200 ai 1.200 dollari, così diventa fattibile. Parlando di nastro invece, la gente pensa che l’analogico sia costoso, ma non lo è poi così tanto… perché dopo l’investimento iniziale, se compri un nastro vergine da due pollici spendi 250 dollari, che è più o meno il costo di un hard disk. Tornando all’inizio del discorso, se io avessi una classe di studenti gli mostrerei tutto dall’inizio. Come registrare in mono, come ottenere una parte di batteria in una sola traccia, ben bilanciata. E quando ci riescono passare allo stereo, e quando ci riescono suddividere le tracce. È come un gioco: modellare il suono in modo che il risultato finale sia di effetto, ben bilanciato, e che si possa ascoltare un po’ della stanza, il colpo del rullante, l’impatto della cassa, e così via.

Luca Quindi la tua idea è quella di partire dall’analogico per arrivare poi al digitale?
Eddie Sì, amo l’idea di integrazione tra analogico e digitale, è così che registro le mie band oggi.

Luca Ci spieghi il tuo attuale set-up per la registrazione?
Eddie Inizio registrando le tracce base con un registratore analogico a 24 tracce, dandoci dentro con il nastro. Dopodiché trasferisco le tracce dentro Pro Tools. Qui arriva il trucco: non uso i convertitori A/D di Pro Tools, ma convertitori di fascia molto superiore. Il sistema che utilizzo è la “Mothership” della Burl Audio, con qualcosa come 80 input e 80 output, però è molto costosa. L’ho usata ad esempio nel recupero del lavoro di Hendrix. Quando la società costruttrice è nata, mi hanno chiesto se volevo testare questo prodotto, così ho sperimentato. Era davvero la prima volta che sentivo un suono analogico suonare come analogico dopo essere stato introdotto dentro Pro Tools… assolutamente identico. Tornando a noi, una volta in Pro Tools faccio tutto quello che desidero fare, e una volta finite le sovraincisioni è tempo di effettuare il mix: vado quindi su una console analogica, che può essere API (che amo molto), Neve o simile, e contemporaneamente anche nel computer, così il risultato è un misto di plug-in e console analogica. Poi il suono stereo finale esce attraverso un equalizzatore stereo e da lì va ad un registratore a nastro. Produciamo il nastro e poi mandiamo il risultato di nuovo dentro Pro Tools. Questa è l’intera catena. Oggi, quando vado al mastering ho due distinti master, uno analogico e uno digitale, e li comparo. Per alcuni lavori heavy metal il master digitale è migliore, per cose più vintage ovviamente è meglio quello analogico.

Luca Un “maestro della registrazione”, come vieni spesso definito, può insegnare molto alle nuove generazioni di tecnici del suono. Qual è la cosa più importante che la tua esperienza ti ha lasciato?
Eddie Prima di tutto voglio dire che non sono un maestro, io mi definisco “un vecchio giramanopole”, o al massimo un uomo con un po’ di esperienza che ama parlare. Ad ogni modo incoraggio i giovani fonici a pensare fuori dagli schemi, a lavorare con l’immaginazione, ma prima devono imparare le basi. Prendiamo ad esempio Picasso: non sarebbe mai stato il Picasso che conosciamo oggi, se non avesse imparato a dipingere in modo molto tradizionale, partendo dall’inizio. Capisci cosa intendo? Una volta che hai imparato le basi, a quel punto puoi sperimentare.

Luca Lo stesso Picasso aveva detto: “A dodici anni dipingevo come Raffaello, ma mi ci è voluta tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino”. Vedendo le sue opere giovanili, come “Prima Comunione” e “Gli ultimi momenti (Scienza e Carità)”, ne abbiamo le prove.
Eddie Assolutamente. Per la musica è la stessa cosa: non puoi semplicemente entrare in gioco e aspettarti di ottenere immediatamente il tuo suono… ci vogliono anni. Io ho cominciato a registrare nel ’62, ma solo nel ‘70-71 sono diventato un “producer engineer” indipendente. Per me è stato un viaggio. Non sono mai andato a scuola, non c’erano scuole allora, ho dovuto imparare osservando, e anche prendendo qualche calcio nel culo ogni tanto. Passare informazioni è davvero importante. Come dico sempre, la regola è che non ci sono regole, ma bisogna pur partire da qualche parte, bisogna conoscere i fondamentali. Oggi esistono ottime scuole là fuori, e meno male, perché il mondo della registrazione è complicato. Sai invece cosa non capisco?

Luca Che cosa?
Eddie Non capisco questa ossessione per la perfezione. È così noiosa. Quando ascolti molti dei dischi di oggi, sono così perfetti… dai, la musica non è perfetta. Basta ascoltare gli album dei Rolling Stones, sono la cosa più imperfetta che esista. Oppure prendiamo il grunge: l’imperfezione fa parte dell’esperienza.

Luca A proposito di band, come cambia il tuo approccio a seconda dell’artista?
Eddie Il mio lavoro è di interpretare quello che gli artisti vogliono. Dar loro un suono che li ispiri e li faccia sentire al sicuro, così che possano esprimersi. Quando lavori con i gruppi devi essere uno psicologo, un dottore, un amico. Essere oggettivo. Se gli dici “devi fare così” non funziona, devi dirgli “potresti provare a fare così”, cercare di guidarli lungo il percorso. Tutte le grandi band hanno sempre due personaggi principali che combattono tra loro per imporsi, basti pensare a Lennon e McCartney: sbattevano le loro teste l’una contro l’altra ogni giorno. Mick e Keith erano esattamente uguali, così come Plant e Page. Ogni grande band ha un conflitto e tu devi mettere i musicisti in condizione di risolvere questo conflitto attraverso la musica, creare un grande suono così possono rilassarsi ed essere ispirati. Ogni artista va trattato in modo diverso, ma sempre con rispetto e sensibilità, poi dipende anche dal rapporto che hai con ognuno di loro. Se non li conosci bene devi essere molto diplomatico. Se invece sei con qualcuno con cui lavori da molto tempo, come accadeva tra me e Jimi, è un’altra cosa: ci conoscevamo bene, potevo scherzare con lui. Magari stava facendo una traccia di voce e mi chiedeva com’era, io gli dicevo “grande Jimi”, lui rispondeva “la voglio fare di nuovo”. Si fidava del mio giudizio, ma voleva una seconda possibilità. Era molto incerto sulla sua voce, insicuro. Gli assoli di chitarra li voleva fare sempre meglio. Lì io non interferivo mai. Nell’ultimo anno, 1970, arrivavamo ad avere almeno 3 o 4 tracce definitive, poi le confrontavamo l’una con l’altra e montavamo assieme le parti migliori, cosa molto interessante. Era estremamente meticoloso.

Luca A proposito di suoni hendrixiani e non solo: parliamo della linea di pedali F-Pedals per chitarra a te dedicata?
Eddie Volentieri! Questi nuovi pedali “Eddie Kramer Signature” sono stati realizzati lavorando negli ultimi due anni con Francesco Sondelli, un mio caro amico che viene da Napoli ma vive in America da 10 anni. Li abbiamo presentati anche al NAMM Show. Francesco ha creato questa nuova azienda, F-Pedals (www.f-pedals.com), con la quale ha progettato i primi due modelli: ve li mostro (Eddie li mette sul tavolo e ce li fa vedere, NdR). Il primo si chiama Edstortion ed è un pedale distorsore. È piccolo di dimensione (più o meno come un Mooer, NdR) e molto versatile. Ha un selettore che permette di scegliere tra 3 diversi tipi di distorsione: MOD 1, MOD 2 e MOD 3, che hanno suoni differenti con maggiore o minore compressione. Io personalmente adoro la terza posizione, una distorsione vintage calda e bella, che suona splendidamente e possiede allo stesso tempo un suono molto moderno e attuale. Ma la cosa più interessante è questa: nascosta nel retro del pedale c’è una nuova tecnologia chiamata Wireless F-Power. Immagina che questa sia una pedaliera: se io avvicino il pedale alla pedaliera lui si accende, senza bisogno di cavi né di batterie. Se lo allontano si spegne. La pedaliera per l’alimentazione si chiama F-Board, e permette di ottenere un suono del tutto privo di hum e di interferenze… puro segnale. Il secondo pedale, anch’esso dotato di Wireless F-Power e del selettore a 3 posizioni, si chiama PhazeVibe. È una combinazione tra un Phaser (che diventa un Leslie se alzi parecchio il controllo della velocità), un Wah-wah e un Uni-Vibe hendrixiano, gran bel pedale. Entrambi i modelli sono totalmente analogici, progettati in California e realizzati a Napoli.

Luca I pedali non sono l’unica novità che ti riguarda, vero?
Eddie È vero. Sto lavorando ad un libro intitolato “From the Other Side of the Glass” (dall’altro lato del vetro, NdR). Il mio coautore, non lo direste mai, è Duff Mckagan dei Guns N’ Roses, scrittore ottimo e tipo amabile. Siamo giunti ormai in profondità nel libro, che racconta la mia vita fino ai giorni nostri: tutte le band, tutta la musica, tutte le influenze… ci sono storie folli, divertenti e alcuni momenti tristi. Sarà pronto per il prossimo anno. Oh, e c’è anche un altro libro. Nel mezzo di tutte le ricerche per “From the Other Side of the Glass”, ho ricevuto una telefonata dai vecchi Olympic Studios, che oggi non sono più lo studio di registrazione che tutti conosciamo. Qualcuno ha comprato l’edificio e ha restaurato gli studi alla loro forma originale, che era una “movie house”. Durante la realizzazione del mio libro ho trovato così tante foto degli Olympic Studios che ora stiamo realizzando un volume solo su di essi. Uscirà, credo, all’inizio del prossimo anno.

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