Dj Khalab

Dj Khalab

Raffaele Costantino storica voce di Rai Radio 2, in arte Dj Khalab, è un producer italiano che in questo momento sta facendo molto parlare di sé all’estero.

Il suono di Dj Khalab, esponente della Bass-Music, genere musicale che fonde diversi stili (Drum and Bass, Dubstep, Bassline e Uk Garage), si può descrivere come Afro Future Beat Shake. Un continuo viaggio di andata e ritorno tra musica tribale e psichedelica, tra deserti e astronavi, giungle e grattacieli. Raffaele è un’artista che non si concede molto, non ama farsi ritrarre in volto e in rete, a parte la sua musica, si trovano pochissime notizie su di lui. Per questo e per altri motivi che andremo a scoprire, è un grande onore per noi poter scambiare due chiacchiere con lui.

Come hai scoperto la produzione musicale, studiando o da autodidatta?
Come la maggior parte dei dj, registrando su un campionatore una parte di un brano che mi piaceva ed iniziando a sperimentarci sopra.Ricordo ancora le ore passate con il mio primo campionatore Boss SP-202, poco più di un giocattolo regalatomi da un amico, cercando di far girare bene un loop di batteria.

Quale set up usi oggi in studio per produrre musica?
Laptop, sintetizzatori Roland Juno 106, Crumar (la versione italiana del Moog), Nord Lead, Korg Electribe, un campionatore Roland SP-404 SX, una drum machine Roland TR-808, tante percussioni, cianfrusaglie, un microfono Audio-Technica, monitor Focal CMS 65 e una scheda audio.

Come sviluppi un’idea per costruire un brano?
Solitamente parto da un sample, poi comincio a suonarci sopra. Molto spesso sviluppo idee che portano a eliminare il sample da cui ero partito, per lasciare spazio al resto. Metaforicamente parlando come se finito un muro levassi l’impalcatura che mi è servita per costruirlo.

Qual è il tuo set up ideale per una performance live?
Due campionatori Roland SP-404 SX carichi di loop, di suoni one shot, di brani scomposti in tracce separate, etc. Un modo perfetto per fare tutto in maniera istintiva e per fare un sacco di errori, che ti permettono di scoprire nuove vie sperimentando in tempo reale.

Ti affascinano i suoni vintage dei sequencer e delle drum machine analogiche?
Certo, mi affascina soprattutto la possibilità che ti danno di giocare con le dinamiche. Su tutte chiaramente la Roland TR-808 è la mia macchina preferita in assoluto.

Con quale attrezzatura hai cominciato a fare il dj?
Ho cominciato con due Hi-Fi compatti dotati di giradischi on top, a casa dei miei genitori. Ricordo bene, vinti da mia madre acquistando delle pentole. Senza mixer chiaramente, mi divertivo a selezionare brani in cuffia, mettendo un disco su un piatto, giocandoci poi sopra con l’altro.

Come nasce la tua passione per l’Afro e come produttore, cosa ti ha portato a reinterpretarla?
Sono sempre stato appassionato di musica black, sia come ascoltatore che come dj. La curiosità mi ha poi portato a ricercare le origini della musica che ascoltavo, fino a rendermi conto che esistevano molti territori inesplorati nelle musiche africane, non solo da un punto di vista ritmico. La scintilla è scoppiata quando, qualche anno fa, iniziai la residenza come dj nelle serate di Afrodisia. Li cominciai a mixare dal vivo dischi di musiche tradizionali e di field recordings, insieme ai beta della musica elettronica più dance. Il mix che ne uscì non era nulla di inascoltato, ma aveva un effetto di trance sulla pista e su di me. Capii che quello sarebbe stato il territorio nel quale concentrare i miei studi.

La tecnologia ha permesso molti passi in avanti. Creativamente ha influito sul tuo modo di lavorare?
Certo, credo che un dj debba prima di tutto divertirsi e lo deve fare sperimentando, non stando arroccato sulle proprie sicurezze. Un dj producer deve essere un esploratore, altrimenti il suo ruolo si limita ad essere quello dell’intrattenitore e la cosa diventa triste. Io le ho provate tutte, o quasi, le alternative al dj’ing tradizionale e mi diverto ancora oggi a suonare con un iPad a una festa tra amici, o con Serato, quando ho da fare date attaccate all’estero senza dovermi portare valigioni di vinili, oppure una bella selezione di vinili originali in un luogo dove la gente è venuta soprattutto a sentire una mia selezione, più che a ballare.

Hai prodotto un EP e un album in collaborazione con il maestro e griot maliano Baba Sissoko, ci racconti qualche aneddoto?
L’esperienza di lavorare con Baba è stata ed è molto formativa. Dopo aver suonato con un musicista così, capisci molto della musica del Mali, dello spirito del Blues, delle radici della musica che produci. Dopo aver condiviso il palco con Baba Sissoko, abbiamo deciso di fare un disco insieme e da quel momento tutto è stato molto naturale. Credo che con la musica sia così, c’è poco da dire, o ti trovi bene suonando insieme o no. Questo è il bello di questo linguaggio, la pura emotività.

Progetti per il futuro?
Sto realizzando un disco con una raccolta di field recordings, di proprietà del Museo di Musica Africana di Bruxelles, commissionata negli anni Sessanta. Mi hanno concesso i diritti di questo materiale, per realizzare uno studio approfondito su tutta la collezione delle registrazioni fonografiche, per poi estrapolarne dei campioni e realizzarne una rivisitazione. Inoltre sto lavorando con il producer Clap Clap per un disco firmato a 4 mani, che uscirà per l’etichetta inglese Black Acre. Poi, chiaramente, remix per un po’di artisti che ammiro, date in giro per il mondo e tanti bambini!

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here