— Giulio Curiel

[quote_box_center]La versione a modulo del notevole Prophet 12 fornisce potenza e qualità sonora allo stato dell’arte in un package di dimensioni ridotte e prezzo sensibilmente inferiore alla versione a tastiera. Analizziamone insieme storia, architettura, timbrica.[/quote_box_center] [su_slider source=”media: 1724,1726,1725,1729,1728,1731,1727,1732,1736,1735,1734″ link=”lightbox” title=”yes”] [su_dropcap size=”5″]D[/su_dropcap]ave Smith è uno dei nomi di maggior peso nel campo dei sintetizzatori musicali: col suo Prophet-5 del 1978 ha praticamente “inventato” il synth polifonico moderno, mentre all’alba degli anni ’80 ha avuto un ruolo determinante nella definizione del protocollo MIDI, uno straordinario esempio di longevità informatica che ancor oggi nessuno si sogna di mettere in discussione. In epoca contemporanea (2007) Smith ha attualizzato il mitico P-5 nel tuttora apprezzatissimo Prophet ’08.

È però l’assai meno noto ma delizioso Prophet VS del 1986 ad essere il maggior “indiziato” per le influenze che oggi hanno dato i natali al Prophet 12 la cui versione a modulo è in prova su queste pagine. Ho detto “influenzato” e non “clonato” perché su questo punto bisogna essere molti chiari: in base a una chiacchierata che il vostro recensore ha fatto qualche anno fa col sempre carismatico Dave, va evidenziato come Smith non dimostri alcun interesse a “clonare se stesso”, ovvero a riproporre immutate le sue creazioni del passato. Il progettista californiano preferisce sviluppare strumenti nuovi, pensati ovviamente in continuità con la sua pluridecennale carriera, ma comunque nuovi, inediti. Tutto questo per dirvi che il Prophet 12 (P12 per gli amici) è uno strumento che non replica niente e che anzi affonda le sue radici nella tecnologia digitale di oggi per poi uscire con dei rami e delle foglie analogiche. Fuor di metafora botanica, il P12 è un synth polifonico a 12 voci con quattro oscillatori più un suboscillatore generati digitalmente da sei DSP Analog Devices SHARC, il cui output viene processato da alcuni moduli ancora digitali e poi convertito in analogico per passare in un VCF passa-basso, un VCF passa-alto e un VCA. Da qui il segnale prende tre strade: la prima è diretta verso l’uscita, la seconda viene immessa in un anello di feedback che si reintesta presso il mixer oscillatori e la terza viene mandata a quattro digital delay indipendenti che poi a loro volta verranno sommati in uscita. Complesso? Sì, il P12 non è uno strumento banale e proprio grazie a un’architettura originale e creativa riesce a generare timbriche inedite insieme a sonorità più classicamente legate alla sintesi sottrattiva. Ma andiamo con ordine nella consueta disamina dello strumento: il P12 Module è alloggiato in un cabinet desktop con struttura inclinata e fianchetti in legno che gli danno un’aria deliziosa. A proposito di “aria” è bene sottolineare come sia nell’installazione desktop che in un’eventuale sistemazione in rack è opportuno lasciare uno spazio per la ventilazione perché i sei DSP SHARC interni scaldano parecchio. L’interfaccia utente si basa su un’intelligente declinazione della programmazione parametrica: Dave Smith ha optato per una soluzione che sfrutta un bellissimo display OLED con quattro encoder rotativi a step posti sopra di esso e quattro pulsanti al di sotto dello stesso. Ciascun “modulo” di cui si compone il sintetizzatore ha un pulsante di pannello per permetterne la chiamata diretta a editing, mentre i pulsanti sotto al display servono per commutare tra le pagine associate a quel modulo. Gli encoder invece servono a impostare i valori dei parametri visualizzati. Se il tutto può far temere qualche affezionato della sintesi analogica sottrattiva e della sua interfaccia “one knob per function” (una manopola per ciascuna funzione), beh qui va aperto un discorso: sarebbe stato fisicamente impossibile sistemare tutti i controlli fisici della versione a tastiera su un expander di dimensioni ragionevoli. Pertanto la bravura del costruttore è stata quella di disegnare un’interfaccia utente che non richieda estenuanti navigazioni in menu e sottomenu, pur con un set di comandi fisici limitato. La soluzione degli encoder e dei pulsanti di accesso diretto ai moduli garantisce proprio questo, e in più consente un deciso taglio nei costi di produzione e quindi nel prezzo di vendita. Tornando alla macchina in esame, sul retro notiamo le due coppie di uscite analogiche che sono destinate ai Layer A e B su cui possono essere declinate le 12 voci dello strumento, una presa cuffia, la tripletta MIDI e una USB che ne duplica le funzioni. Sono disponibili anche tre prese per pedali a funzione assegnabile (uno di espressione e due switch) e la porta per l’alimentatore esterno. Viste le dimensioni contenute dello strumento questa è stata una scelta obbligata, anche se ovviamente non ci fa fare i salti di gioia. Le memorie interne consistono in quattro banchi User e quattro banchi Factory, ciascuno da 99 locazioni. Il tutto porta le patch memorizzate in fabbrica a 396, più spazio per memorizzarne altre 396 proprie. Ciascuna patch, come accennato sopra, parte da quattro oscillatori principali e un suboscillatore. Ciascuno Osc principale può assumere 20 selezioni: la prima è Off, seguono poi quattro waveform tradizionali (Saw, Pulse, Triangle, Sine), 12 forme d’onda complesse dai nomi onomatopeici (Tines, Mellow, Church, Muted, Nasal, Boing, Gothic, Ahhh, Shrill, Ohhhh, Buzzzz, Meh) e tre colorazioni di rumore (bianco, rosa e viola). La simmetria di ciascuna waveform è regolabile con continuità. Nel caso delle 12 onde complesse questo comando offre un’altra interessante possibilità: a fianco dell’onda “principale” si definiscono anche le onde alla sua sinistra e alla sua destra e il controllo di simmetria ne dosa il crossfade reciproco consentendo una continua modulazione tra waveform affatto diverse. Il display riflette graficamente le forme d’onda risultanti, e questo è notevole. Come detto vi è anche un suboscillatore: ha forma sinusoidale ed è agganciato un’ottava sotto Osc 1. Ciascun oscillatore ha un range impostabile tra C0 e C10 a step di un semitono, controllo di accordatura fine, possibilità di sganciarsi dal Key Follow e comando Wave Reset. Quest’ultimo in Off simula il comportamento free-running delle macchine analogiche mentre in On fa sì che l’oscillazione inizi sempre da un ben determinato punto della waveform rendendone più nitido l’attacco al momento del trigger di tastiera. Il Sync è un’altra chicca: ciascun oscillatore può essere il master di quello successivo, per una palette di suoni di sync incredibilmente estesa. Stesso schema per l’FM, ove ciascun oscillatore può essere il Carrier e il suo successivo il Modulator. Il tutto consente l’ottenimento di configurazioni di FM piuttosto complesse e che necessitano di sperimentazione per svelare il loro grande potenziale. Vi sono anche comandi per modulazione in ampiezza, Glide (impostabile per oscillatore!), instabilità di intonazione, livello. I segnali così generati e mixati confluiscono in uno stadio denominato Character che attua due processi di processing digitale indipendenti: Air/Girth aggiunge armoniche a bassa (Girth) e alta (Air) frequenza, mentre Character esegue una decimazione in bit (Hack), una riduzione di sample-rate (Decimation) e un’emulazione di saturazione da nastro magnetico. Ora è tempo che il segnale venga convertito in digitale e confluisca nei VCF realizzati coi famosi componenti Curtis: il filtro LPF ha pendenza selezionabile su due o quattro poli (quest’ultima con possibilità di auto-oscillazione) e un’impostazione tradizionale che prevede cutoff, risonanza, keytrack, risposta alla velocity, profondità positiva o negativa dell’inviluppo dedicato di tipo DADSR (il primo stadio è un delay), Repeat. Quest’ultimo comando mette in loop l’inviluppo sulle prime tre fasi. Il successivo filtro HPF è un due poli risonante con comando di keytrack. Pur non avendo inviluppo dedicato, la potente matrice di modulazione può indirizzare ad esso gli inviluppi ausiliari 3 e 4, come vedremo meglio in seguito. Il VCA ha un proprio inviluppo DADSR, controllo per la velocity e un prezioso comando Pan Spread che “sparge” gradualmente le 12 voci sul panorama stereo in maniera sempre più aperta man mano che viene alzato. Un comando Distortion introduce un’altra fonte di distorsione, stavolta analogica e stereo. Il segnale in uscita dal VCA confluisce anche in un anello di feedback intonato capace di ammontari positivi o negativi, nonché di selezione in semitoni (su un range di quattro ottave) della frequenza a cui tale catena risuona. A questo punto entrano in gioco gli stereo delay, nel ragguardevole numero di quattro. Perché quattro delay e nessun altro effetto, vi chiederete? È lo stesso Dave Smith a spiegarlo nel manuale: con diverse loro impostazioni e interazioni essi possono dare luogo a effetti di ritardo, riverbero, flanging e chorusing. Il ritardo è regolabile da meno di 1 msec a 1 sec e poi ci sono i tradizionali comandi di Amount, Feedback, Sync al clock MIDI, panpot. Vi è anche un filtro in uscita impostabile come HPF o LPF che aggiunge molta versatilità all’effetto. Veniamo alle modulazioni: P12 dispone di quattro LFO di impostazione tradizionale con otto waveform e possibilità di sincronizzazione al clock MIDI. Il controllo Phase muta il punto di inizio oscillazione della waveform selezionata e Wave Reset (quando in On) ne forza l’attacco in tale punto al momento del Note On. Slew invece “ammorbidisce” i fronti dell’onda modulante. Gli inviluppi a disposizione sono come detto quattro, e oltre ai citati DADSR dedicati a VCF e VCA ve ne sono altri due di analoga impostazione e piena assegnabilità. Veniamo ora alla gestione delle modulazioni: la matrix modulation implementata qui è un gioiellino di efficacia e semplicità insieme e conta su 16 percorsi assegnabili. Per ciascuno, la gestione usa tre manopole: con la prima si seleziona la sorgente, con la seconda l’ammontare positivo o negativo, con la terza la destinazione. Vi sono 27 sorgenti e 98 destinazioni, per una flessibilità “da modulare”. Dalla stessa schermata Modulation si gestiscono anche i percorsi a sorgente fissa, ovvero le modulazioni in uscita diretta dagli inviluppi ed LFO. Veniamo ai modi di tastiera: Unison rende il P12 monofonico, con la possibilità di impiegare una sola voce o tutte e 12 con Detune programmabile. Glide attiva il portamento sia mono che polifonico, con possibilità di scegliere tra velocità fissa o durata fissa e di abilitarlo opzionalmente solo sulle note legate. Hold infine mantiene le note in On anche dopo che la tastiera è stata rilasciata. È utile per creare droni o in abbinamento all’arpeggiatore. Quest’ultimo modulo è anch’esso di impostazione tradizionale con le sue modalità Up/Down/Up&Down/Assign e Random, ma può anche essere programmato per registrare una frase definita dall’utente. E veniamo infine al punto chiave di P12, ovvero la sua capacità di operare su due layer. Se infatti vi siete chiesti finora “perché proprio 12 voci”, la risposta è che la macchina conta molto sulla possibilità di mettere in stack due layer A e B ed ottenere così dense texture da sei voci complessive, ovvero una quantità di polifonia ancora buona. I due layer possono essere editati separatamente oppure insieme quando per esempio si vorrà intervenire su cutoff o tempo di release a livello globale. Esiste infine anche la possibilità di lavorare in split coi due layer assegnati a parti diverse di tastiera. Va segnalata la completa implementazione MIDI che consente al P12 di essere comandato da una superficie di controllo opportunamente programmata, nonché la disponibilità di un editor dedicato prodotto dalla specialista Sound Tower. L’editor purtroppo non è fornito in dotazione ed è acquistabile dal sito del suo sviluppatore per 49,99 dollari: forse uno sforzo per fornirlo in dotazione (almeno in una versione LE con funzioni di librarian) si poteva fare.

Il test

Andiamo subito al sodo, e cioè alla domanda: ma insomma, come suona? Benissimo, non può che essere l’entusiastica risposta! Del Prophet 12 colpisce anzitutto la “directness”, ovvero quella capacità di generare un suono diretto, forte, tutto avanti, tridimensionale. È un vero strumento musicale, non un soft-synth e per questa ragione ripropone quella sensazione di matericità che i grandi synth del passato sapevano dare e che oggi pare un po’ persa. I bassi sono profondissimi e straordinariamente efficaci, la gamma media è liquida e plastica, quella estesa scintillante ed estesissima. L’abbinamento tra oscillatori digitali (senza dimenticare LFO e inviluppi, numerici anch’essi) e filtraggio analogico produce il risultato che ci si poteva aspettare anche sulla carta, ovvero quello di un timbro nel contempo preciso, veloce eppure pieno ed eufonico. Siamo ai massimi livelli di questa tecnologia e certamente vengono alla mente numerosi tra i migliori strumenti ibridi del passato. Il P12 però non è solo nostalgia, ma piuttosto un classico moderno: il suono è appagante, pieno e rassicurante nella sua nettezza e potenza, eppure non ha niente di vintage. È piuttosto un suono contemporaneo, un suono che forse dovrebbero avere tutti i synth di oggi (ognuno declinato secondo gli stilemi della casa produttrice, si capisce) invece di spappolarsi in inconsistenze digitali o “ripiegarsi” sull’emulazione di timbriche retrò. Vi è un che di duro, di teso nel timbro del P12, eppure poi il filtro rende tutto setoso e rotondo. E vi è una grande versatilità, che permette alla macchina di spaziare da bassi granitici e sonori, a bells e percussioni nettissime e squillanti, a pad e brass liquidi e intensi, ad arpeggi che incantano grazie alla timbrica di base giocata su due layer e quattro delay. Sui lead c’è l’unica riserva di chi scrive, in quanto è facile finire in territori simili all’aggressività del vecchio ARP Odyssey mentre è un po’ più difficile ricreare un mood alla “Impressioni di settembre”. I generi musicali affrontabili con una macchina del genere sono un po’ tutti, anche se la vediamo bene soprattutto nel synth-pop, nell’IDM, nell’ambient e nel dubstep, più che negli sfumati territori del rock progressivo. Il P12 esce dal mix benissimo e si conquista un posto stabile e rilevato nel panorama sonoro, rendendo ben poco utili effetti di compressione o layering di altre parti sintetiche. Riguardo alla qualità costruttiva e all’operatività va detto che la prima è elevatissima e lo strumento è davvero appagante, mentre la seconda è molto valida per una macchina con un’interfaccia utente contestuale. Si perde probabilmente un 20-30% di velocità e intuitività rispetto alla versione a tastiera che ha tutte le manopole del caso, e questo può rendere un po’ più asettica l’esperienza del P12 Module in rapporto ad essa. L’implementazione delle pagine di sintesi e la modalità di accesso ad esse è comunque lodevole nel suo campo, questo va detto e ripetuto. Solo il display, eccellente e ben inciso, è un po’ piccolo.

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La versione a tastiera

Il modello a tastiera offre molti comandi fisici in più.
Il modello a tastiera offre molti comandi fisici in più.

Il P12 nasce originariamente nel 2013 in forma di synth a tastiera. L’architettura è ovviamente identica al modello a modulo in prova su queste pagine, mentre l’interfaccia utente è molto completa: troviamo infatti una tastiera a cinque ottave con velocity e aftertouch, ruote di pitch e modulazione retroilluminate, due slider sensibili alla posizione e alla pressione. I controlli fisici di pannello sono costituiti da oltre 50 manopole e 50 pulsanti, con comandi dedicati per ciascuna sezione del synth. Il Prophet 12 a tastiera ha un prezzo indicativo di 2.800 Euro.

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Conclusioni

Al giorno d’oggi sono pochissimi i sintetizzatori hardware veramente innovativi, e il Prophet 12 è uno di questi pochissimi. È innovativo nell’architettura e nel suono, e nel contempo risulta familiare e immediato da usare a chi frequenta la sintesi da tanti anni. La sua non è però una timbrica vintage ma piuttosto quella di uno strumento contemporaneo che tiene in debita considerazione tutta la sua notevole eredità: per questo essa andrà valutata personalmente, soprattutto da chi è rimasto ancorato coi gusti ai synth degli anni ’80. Da parte nostra noi possiamo dire solo che lo strumento ha un suono splendido e notevolissimo, che lo colloca di diritto tra i grandi della sintesi di tutti i tempi. Più difficile è il discorso sulla scelta della versione: l’editing timbrico è certamente parte integrante del piacere e del fine ultimo nell’utilizzare una macchina come il P12, e non possiamo nascondere come il modulo risulti un po’ limitato in tal senso rispetto alla versione a tastiera. In compenso il taglio in termini di prezzo e ingombro è estremamente significativo e il P12 Module può così entrare anche in studi in cui il P12 Keyboard non sarebbe mai arrivato. In definitiva, la scelta è vostra: se volete “tutto” il Prophet 12 e siete disposti a pagare un prezzo importante ma assolutamente proporzionato al grandissimo valore della macchina, il nostro suggerimento è per la versione a tastiera. Se invece budget e spazio a vostra disposizione accusano qualche limite, il P12 Module può essere un modo straordinariamente valido per acquistare uno strumento altrettanto straordinario. Anche se con qualche manopola in meno.

L.E.M.I. di Felice Manzo

Tel. 011 231092
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1.999,00 Euro  Iva compresa

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Strumenti Musicali n. 4 — Agosto 2014

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