Dario Chiazzolino racconta il suo nuovo album “Red Cloud”

Classe 1985, Dario Chiazzolino ci parla di jazz e ci presenta il suo nuovo album “Red Cloud” in uscita a fine febbraio.

Pur essendo giovanissimo, hai già all’attivo grandi collaborazioni con artisti del calibro di Bob Mintzer, Russell Ferrante, Jason Rebello (pianista di Sting), Yellow Jackets e tanti altri. Chi ti ha colpito maggiormente?
Ho avuto il privilegio di suonare e confrontarmi con musicisti davvero importanti e di grande talento. Faccio fatica ad individuare un nome in particolare in quanto tutti hanno lasciato un segno positivo durante il mio percorso artistico. 
Ogni incontro con un musicista è un momento di intensa condivisione di esperienze musicali ed umane. A volte ci si conosce anche solo poche ore prima di un concerto, dunque si ha solo il tempo di fare una piccola prova durante il sound check e poi si sale sul palco, quasi non ci si parla nemmeno. Ciò ti costringe ad essere pronto e reattivo con chiunque ti trovi di fronte, e soprattutto a tenere le orecchie bene aperte. 
Detto questo non posso però non citare la collaborazione con gli Yellow Jackets, leggendaria band jazz-fusion. Senza dubbio uno dei momenti più rilevanti della mia carriera. (A questo link è possibile vedere la performance di Dario Chiazzolino assieme agli Yellow Jackets sul palco del Blue Note di Milano, ndr)

Ci sono differenze nel modo di fare jazz in Italia e all’estero?

Dal punto di vista propriamente stilistico certamente ci sono delle differenze. In Italia credo che il jazz sia ancora oggi filo-americano, nonostante non manchino correnti musicali che guardano più alle sonorità nordeuropee. La critica jazz statunitense tra l’altro è unanime nel considerare il Jazz Italiano come lo scenario più interessante e degno di nota a livello internazionale. Questo ovviamente non può far altro che riempire di gioia me e tutti i jazzisti Italiani. Le opportunità di esibirsi sono più alte nelle grandi città. Non a caso probabilmente New York, Londra, Parigi e Berlino risultano essere i maggiori centri culturali e musicali verso i quali numerosissimi musicisti giungono da ogni parte del mondo. Vivendo a New York mi sono reso perfettamente conto di questa cosa; incontrare musicisti di alto livello, con diverse influenze e background musicali è una risorsa davvero considerevole per la propria crescita artistica. Tra l’altro la città di New York offre circa un centinaio di concerti jazz al giorno, tra grandi e piccoli club, lounge hotel e teatri.  Ma la cosa ancora più sorprendente è il pubblico presente ai concerti, sempre nutrito e attento. È inevitabile che tutto ciò dia all’artista maggiori possibilità di diffondere la propria musica, i propri progetti e più filosoficamente parlando, la propria “visione”.

A fine febbraio uscirà il tuo nuovo album “Red Cloud”: qual è il filo conduttore? Come sono nate le composizioni?
Red Cloud è il mio ultimo lavoro. Hanno collaborato al progetto il pianista Antonio Faraò, il bassista Dominique Di Piazza e il batterista Manhu Roche. Sono stati dei compagni di viaggio fantastici ed hanno condiviso tutta la loro forza e sensibilità musicale. La musica di Red Cloud è a tratti molto aspra, a tratti invece più morbida e lirica. Ho composto otto brani ognuno dei quali prende il nome da diversi fenomeni atmosferici. Ho descritto con la musica, con i temi e con le stesse improvvisazioni gli “umori” del cielo, a volte sereno, a volte furioso e turbolento. Chi ha già ascoltato l’anteprima del disco lo definisce un “Concept Album”. Solo una cover sarà presente nella track list: Solar di Miles Davis.

dario chiazzolinoQual è il tuo rapporto con la chitarra?
Un rapporto di profondo amore. È una compagna di vita inseparabile.
Può sembrare esagerato, ma posso sentirmi ovunque a casa quando ho con me la mia chitarra.
Ho un simpatico ricordo di quando da ragazzino andavo a scuola e non riuscivo a concentrarmi in classe durante le lezioni. Pensavo costantemente alla chitarra, immaginavo di suonarla anche quando non era tra le mie mani e come arrivavo a casa mi fiondavo su di lei. Insomma, era una vera e propria ossessione.
Crescendo e occupandomi di musica professionalmente sono subentrate altre questioni. Fare il musicista non significa solamente suonare, anzi è un mestiere ben più complesso di quanto comunemente si pensi.
Ma quella curiosità e quel desiderio costante di prendere in mano lo strumento e lasciarmi trasportare dalle vibrazioni delle sue corde è sempre vivo e presente in ogni mio giorno.

Parliamo della tua attività didattica, al momento sei docente di chitarra jazz al Long Island City Music Academy di New York: quali sono i punti chiave e i concetti che cerchi di trasmettere ai tuo allievi?
Innanzitutto cerco di trasmettere la mia passione, prima ancora di affrontare un discorso tecnico.
Penso sia molto importante che lo studente si innamori della musica in modo che lo studio diventi anche un divertimento. La musica è un gioco serio e, per poter davvero godere del suo potenziale, occorre impegno e dedizione, come in tutte le cose. Un messaggio molto importante che cerco di diffondere è che la musica ha il potere di far stare bene le persone. Non importa quanto alto è il tuo livello o quanto sei virtuoso a suonare o a cantare, la musica è magica perchè ha il potere di trasportare le persone in “altri luoghi” e di farle sognare. 

 

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