Chitarre vintage, reissue, relic: l’opinione di Alberto Biraghi

— A cura di Luca Masperone

In occasione dell’edizione 2014 del Second Hand Guitars, uno dei principali “guitar show” d’Europa, incontriamo l’organizzatore della fiera Alberto Biraghi, classe 1953, occasione d’oro per parlare di chitarre “vintage” (di cui Alberto è vero esperto e appassionato autentico) ma anche di chitarre “reissue” (riproduzioni di modelli storici) e “relic”, strumenti invecchiati e “rovinati” artificialmente.

“A mio avviso una chitarra può essere considerata ‘vintage’ se soddisfa due condizioni: è storicamente significativa ed è pienamente efficiente oggi” afferma Biraghi, che traccia una netta distinzione tra i termini “vecchio” e “vintage”. “Non si possono considerare sinonimi”, spiega, “ad esempio una Ibanez Jem floreale prima serie fine anni ‘80 è ‘vintage’, una SD Curlee anni ‘70 è buona per il robivecchi, così come un grignolino di 30 anni fa non può essere considerato un vino d’annata”. Andiamo più a fondo nel discorso: “Una chitarra ‘vintage’ è progettata bene, è costruita con cura, è in grado di produrre sonorità interessanti, ha ispirato i musicisti, è apprezzata, ricercata ed è considerata universalmente bella da vedere”. Caratteristica che non va sottovalutata: “A parità di strumento, condizioni e annata, la chitarra in finitura custom raggiunge quotazioni più elevate rispetto allo stesso strumento in finitura standard. Per fare un esempio, una Les Paul Sunburst del 1958-60 vale circa il doppio dello stesso modello in versione Gold Top costruito nel 1957, eppure le caratteristiche strutturali sono identiche”. Ma quali sono gli svantaggi, se esistono, degli strumenti “vintage”? I prezzi sono alti, il mercato dei pezzi di ricambio non è sufficientemente fornito? Alberto ha le idee chiare: “A parte i mostri sacri (Fender Stratocaster e Telecaster, Gibson Les Paul, Martin pre-war e poco altro) le chitarre ‘vintage’ costano poco di più delle corrispondenti attuali top di gamma. Con la differenza che la chitarra ‘vintage’ non si deprezza, addirittura può rivelarsi un investimento. Inoltre, il mercato offre componentistica vecchia, nuova e invecchiata per rimediare a qualunque rottura. In compenso la chitarra moderna ha una maggiore costanza qualitativa ed è facilmente riproducibile”.

Il problema sembra piuttosto spostarsi sulla necessità di saper distinguere l’originale da un falso, e sul clima di sospetto che ne deriva: “In Italia ci sono alcuni grandi collezionisti che puntano su qualità e originalità, tra tutti Alberto Venturini, la cui collezione di Fender è ammirata in tutto il mondo. Ce ne sono anche molti altri bravi. Poi c’è un vastissimo sottobosco di… arruffoni, che trafficano, avvitano, svitano, cambiano, riverniciano, invecchiano, modificano. Ho visto personalmente anni fa uno di questi ‘maneggioni’ ricevere due vecchie Stratocaster già un po’ sospette e trasformarle in cinque Stratocaster quasi completamente finte, ciascuna delle quali aveva qualcosa di vecchio, ma che venivano spacciate per ‘vintage’. Questo non è un bene, perché oggi chi non ha una solida competenza e strumenti sofisticati (ad esempio le lampade a luce nera) ha difficoltà a distinguere l’originale da un falso, quindi alla lunga si diffonde un’atmosfera di sospetto che danneggia soprattutto le persone serie”.

Dunque, come risolve il problema chi si affaccia a questo mondo senza le dovute conoscenze e mezzi? “Credo che a parte pochi nomi noti, la cosa migliore per stare tranquilli sia rivolgersi al mondo americano: George Gruhn, Walter e Christie Carter, Rumble Seat Music, Lark Street Music, eccetera. Lì non si sbaglia, sono professionisti che non infangherebbero mai la propria immagine spacciando dei ‘tarocchi’”. Parlando invece di riproduzioni di modelli storici (quindi di chitarre nuove costruite seguendo il progetto originale di importanti strumenti del passato) per Alberto le differenze, nel bene e nel male, sono evidenti: “Il tempo, il ‘vibe’, il ‘feel’ non si riproducono. Neppure lo scomparso John English (uno dei più amati Master Builder Fender) ci riusciva e lo diceva con sincerità. Ma le chitarre ‘vintage’ sono anche impossibili da rimpiazzare… se rubassero la mia Stratocaster del 1956 so che non ne troverei mai un’altra così. Invece la chitarra ‘reissue’ è fatta in serie, da macchine a controllo numerico, magari un po’ ritoccata dal liutaio, ma sempre sostituibile con relativa facilità. La qualità è più costante, ma anche più livellata. Non ci sono strumenti da sogno, ma neppure ‘ciofeche’, mentre tra le chitarre ‘vintage’ le ‘ciofeche’ non mancano, io ne ho viste a decine”.

Parliamo infine della moda delle cosiddette chitarre “relic”, strumenti nuovi invecchiati per apparire “vissuti” e carichi di storia: “Qui il tema non è chitarristico, ma culturale” spiega Alberto “viviamo in un’epoca di postmodernismo spinto all’eccesso, in cui l’apparire prevarica l’essere e il fenomeno ‘relic’ si inscrive in questo contesto. Per forma mentis non do mai giudizi sui comportamenti, soprattutto se molto diffusi. Però, da appassionato, non posso dire che la cosa mi piaccia, anche perché ho sempre privilegiato il contrario, cioè strumenti vecchi talmente ben conservati da sembrare nuovi. Ad esempio molti stentano a credere che la mia Fender Nocaster costruita nell’aprile 1951 sia originale e non una replica del Custom Shop Fender”. Ma come avviene il processo di realizzazione di una chitarra “relic” e, soprattutto, influisce in qualche modo sul suono dello strumento? “Ormai la tecnica è diventata sofisticatissima” spiega Alberto “dai primi esperimenti di Vince Cunetto in poi si è arrivati agli estremi di riprodurre in serie i graffi delle chitarre delle rockstar. Sul lato suono il discorso è complesso, ma non penso che grattugiate e martellate possano avere influenza sulla sonorità di uno strumento. D’altro canto sono convinto che le chitarre buone siano tali non perché ‘suonano bene’, ma perché ‘fanno suonare bene’, ovvero ispirano chi le usa. In questo senso, se uno si fa ispirare dalla replica di Blackie (la chitarra storica di Eric Clapton, NdR) fatta ieri a colpi di martello e carta vetrata, buon per lui, fa bene ad acquistarla!”.

A proposito delle repliche di strumenti utilizzati da chitarristi storici, che vengono spesso proposte a prezzi esorbitanti, Alberto ha le idee molto chiare: “Le considero oggetti più di curiosità e di culto che strumenti per fare musica, ma non mi azzardo a giudicare chi le apprezza, il mercato ha bisogno di tutto per vivere e tutti i gusti sono rispettabili. Invece non sopporto chi grida allo scandalo quando i prezzi salgono. Siamo in un’economia occidentale, dove la legge della domanda e dell’offerta governa le transazioni. Vi faccio un esempio: Fender affida una Telecaster qualsiasi a un Master Builder perché le aggiunga un humbucker al ponte e la gratti un po’ per metterla in vendita come replica della chitarra di Andy Summers a cinque volte il prezzo originale. Allora: se quella chitarra si vende subito Fender ha ragione da un punto di vista commerciale, se invece deve essere svenduta ha torto. Ma nessuno ha il diritto di gridare ‘ladri!’ (come accade spesso nei luoghi di discussione in rete), perché il consumatore sa esattamente cosa acquista con quei soldi e, visto che non siamo nell’Unione Sovietica degli anni Settanta, nessuno gli impone di acquistare quello strumento”.

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