La voce come strumento

Soprannominato “Voice Orchestra” per le sue notevoli doti di one man band, Boris Savoldelli, 3 dischi all’attivo, un quarto presto in uscita, esibizioni in tutto il mondo e una carriera sfolgorante, ci parla della strumentazione con cui crea dal vivo tappeti sonori ed arrangiamenti elaborati e sorprendenti.

— Luca Masperone

BorisCapita che un cantante italiano, durante un soggiorno a New York, lasci un promo del suo album a Marc Ribot (chitarrista tra gli altri di Tom Waits). Capita che quest’ultimo lo ricontatti entusiasta per suonare su due brani di quell’album. Il titolo del disco? Insanology, il nome del cantante Boris Savoldelli. Era il 2007, e da allora la carriera di questa incredibile ”Voce orchestra” è decollata sempre di più, passando anche attraverso un secondo lavoro registrato a New York con l’icona dell’avanguardia Elliott Sharp, nato da un incontro molto simile a quello con Ribot (“Quando gli ho consegnato il mio primo CD lui lo ha guardato, mi ha guardato e ha detto: -Allora sei tu il folle cantante italiano di cui mi ha parlato benissimo Marc!-”).

Luca Masperone  Sei un musicista più che un semplice cantante e utilizzi la voce come uno strumento. Come sei arrivato a questo approccio?
Boris Savoldelli  Intanto ti ringrazio: essere definito “musicista” è una cosa alla quale tengo molto. Non ho certo alcun risentimento verso la categoria dei cantanti, ne faccio parte orgogliosamente, ma trovo che spesso il nostro ruolo sia limitativo, relegato alla mera esposizione del tema melodico e, raramente, a brevi improvvisazioni nel tentativo di imitare altri strumenti. Quello che cerco di portare avanti con la mia tecnica è un metodo espressivo che consenta alle enormi potenzialità della voce di rappresentarsi in diverse forme, e in questo le potenzialità “espansive” della tecnologia hanno un ruolo importante. Credo che il mio particolare approccio sia una conseguenza diretta della mia voracità nei confronti della musica. Sin da quando ero molto piccolo infatti non mi sono mai accontentato di un genere musicale, ho sempre sentito il bisogno di scoprire nuovi suoni, nuovi orizzonti musicali che mi stimolassero. Dovessi elencare tutti gli artisti che mi hanno influenzato rischieremmo di riempire la rivista! Una menzione a parte merita però colui che più di tutti mi ha letteralmente aperto un orizzonte vocale immenso e affascinante: Mark Murphy. Questo cantante newyorkese (a mio avviso vergognosamente sottovalutato negli anni) mi ha colpito come un fulmine nei primissimi anni ‘80, quando ho avuto modo di ascoltarne un LP. Da allora per me è diventato un punto di riferimento imprescindibile con quel suo modo di cantare gli standard jazz così personale e fuori dagli schemi. La vita poi mi ha consentito di conoscerlo di persona verso le fine degli anni ‘90 e di studiare con lui a Graz in Austria. Da quel primo periodo di studi è nata una profonda amicizia che dura tutt’oggi.

Luca  Parliamo della tua strumentazione live e del modo in cui la utilizzi? In particolare della loop station che usi per costruire in tempo reale arrangiamenti complessi ed elaborati, loop ritmici ed armonici capaci di sbalordire il pubblico.
Boris  Penso che il mio percorso di sperimentazione sia stato equamente diviso tra la ricerca delle potenzialità della voce come strumento e la ricerca della strumentazione più efficace per poter ottenere ciò che avevo in testa. La loop station svolge un ruolo centrale soprattutto nei miei concerti in solo. Credo di aver testato praticamente tutte le loop station in commercio e, alla fine, da circa un anno ritengo di aver trovato il mio strumento definitivo: la Boomerang III Phrase Sampler, che con orgoglio posso dire di aver contribuito a far nascere, visto che da qualche anno sono in contatto diretto con il suo creatore, Mike Nelson, al quale ho dato decine di indicazioni sul pedale dei sogni che lui ha realizzato con perizia impagabile. La qualità audio della Boomerang è strepitosa e la filosofia che le sta dietro è totalmente “musician friendly”, a differenza di molti altri pedali che danno l’impressione di essere stati progettati da “smanettoni informatici” più che da musicisti. La Boomerang è una loop station multipla, consente cioè di avere 3 (o addirittura 4) diversi loop phrase in sincrono, che possono essere sovraincisi. Per la tecnica personale che ho sviluppato negli anni, il multi phrase looping è fondamentale, perché mi consente di realizzare in tempo reale dal vivo le strutture dei miei brani e, con un delicato gioco di “aperture” e “chiusure” dei phrase, di creare una sorta di vera e proprio orchestra vocale. I singoli phrase sono ritmici o armonici, in base al brano. Tutto ciò che si ascolta nei miei live in solo è rigorosamente composto in tempo reale senza trucchi o basi pre-registrate. Per far tutto questo, chiaramente, ci sono voluti molto studio e molte prove.

Luca  Approfondiamo anche il resto della tua pedaliera, con la quale modifichi, arricchisci e distorci la tua voce?
Boris  Con piacere. Anzitutto premetto che la mia attuale pedaliera è il risultato di anni di test di diversi pedali, routing e sperimentazioni. Ho la casa piena di pedalini di ogni tipo (distorsori, fuzz, delay, riverberi, wah wah, phaser, flanger ecc.) e solo nell’ultimo anno ritengo di avere trovato un giusto compromesso tra qualità audio, spazi e pesi piuttosto ridotti (per il problema viaggi aerei e trasporto strumenti a bordo) e diversificazione timbrica (essenziale per una tecnica come la mia). Inoltre, poiché non ho mai amato i pedali per voce (a mio avviso poco vari dal punto di vista timbrico e scarsamente personalizzabili), mi sono sempre rivolto a quelli per chitarra o strumenti in generale, affrontando una serie di problemi per quanto riguarda soprattutto le impedenze del segnale microfonico (risolvibili con uno stadio di preamplificazione del segnale microfonico stesso). Al momento, quindi, la mia pedaliera è composta dalla loop station di cui abbiamo detto, da un pedale Eventide H9 (nuovissima acquisizione di cui sono molto soddisfatto e che ha sostituito il glorioso Eventide TimeFactor), da un Superego della Electro-Harmonix collegato ad un vecchio Alesis airFX che uso solo come controller, da un Hot Hand 3 della Source Audio che controlla alcuni banchi dell’Eventide H9 e, per gestire il routing dei segnali, un mixer Bose ToneMatch. L’elemento fondamentale che troppo spesso viene poco o per nulla considerato è proprio la gestione del routing del segnale, in sostanza come “mandare” la propria voce nelle diverse macchine senza dover utilizzare più microfoni, e come gestire singolarmente il segnale trattato dalle macchine stesse. Credo che sia una delle cose più complesse, anche perché in pratica non esiste una letteratura al riguardo, quindi ci si deve inventare il proprio routing in base a ciò che si vuole ottenere, avendo le idee ben chiare su quello che serve per il proprio suono. Nel mio caso spesso gestisco i diversi segnali con degli splitter professionali che acquisto negli USA da alcuni artigiani (diffido molto del semplice “doppino” dei cavi perché crea quasi sempre ronzii e rumori di fondo fastidiosi) e ho trovato nel mixer Bose un perfetto partner, in virtù di un’ottima qualità del suono e di una totale configurabilità grazie alle “scene” pre-programmabili e richiamabili dal vivo in tempo reale senza latenza o clip. Inoltre sono molto attento alla qualità dei cavi di connessione tra le varie macchine, dettaglio troppo spesso dimenticato. Su questo argomento, dopo varie prove ho trovato una soluzione ottimale grazie ad un amico tecnico, proprietario di Audiosonica, conosciuto al Festival Ambria Jazz in Valtellina, il quale ha realizzato tutti i cavi di connessione della mia pedaliera con cavi speciali in teflon ed argento, con le saldature ai connettori in argento. Vi assicuro che la differenza di suono si sente!

Luca  Riassumiamo come vengono usate le macchine?
Boris Dal microfono il segnale viene mandato alla Boomerang per la creazione dei loop compositi. Per i delay, i riverberi e altri effetti speciali faccio passare il segnale attraverso l’Eventide H9 e con esso lo processo e modifico in tempo reale; mentre quando voglio creare effetti particolari, come freezing, tremolo, phaser o flanger, passo il segnale dal Superego Electro-Harmonix al Bose ToneMatch e da lì all’Alesis airFX che, come dicevo prima, viene usato solamente come controller. A volte, per dare un tocco di follia ai miei live, processo il segnale dall’Eventide H9 attraverso l’Hot Hand 3, che mi consente di rendere molto scenografica la modifica in tempo reale del suono.

Luca  Sei un “one man band”, ma ti esibisci anche con altri musicisti. Come modifichi i tuoi arrangiamenti in queste circostanze?
Boris  Quando mi trovo con altri musicisti gli arrangiamenti cambiano in modo sostanziale. Tendo anzitutto ad usare molto meno la loop station, spesso a non utilizzarla nemmeno, a favore di un approccio più rarefatto della vocalità che sia integrativo e non solistico. In genere non eseguo i brani del mio repertorio solista con altri musicisti, a meno che non si tratti di “ospitate” di amici durante i miei concerti in solo. Al momento, i principali progetti che condivido con altri in Italia sono 3: il progetto di rilettura jazz del capolavoro dei Pink Floyd The Dark Side of the Moon, intitolato “The Great Jazz Gig In The Sky”, con Marco Bardoscia al contrabbasso ed elettronica e Raffaele Casarano al sax ed elettronica (diventerà anche un CD, distribuito spero entro la fine del 2014 o al massimo agli inizi del 2015); il quartetto Italian Psycho Swing in compagnia di Walter Beltrami alla chitarra, Roberto Bordiga al contrabbasso e Stefano Tamborrino alla batteria, con i quali abbiamo riletto in modo molto avventuroso i classici dello swing italiano anni ‘30 e ‘40; infine il duo con il pianista Umberto Petrin, nel progetto titolato WeiWeism dedicato all’artista contemporaneo cinese Ai Weiwei. In tutti questi casi, pur in modo diverso, cerco di utilizzare la voce non solamente come “declamazione lirico-melodica” ma anche come vero e proprio strumento tra gli strumenti, con i suoi spazi solistici ed improvvisativi. E le macchine della mia pedaliera vengono utilizzate in modi molto diversi e sperimentali.

Luca  Quale microfono utilizzi maggiormente e perché? Qual è il microfono più particolare che possiedi?
Boris  Amo i microfoni Blue. Me ne sono innamorato più di 10 anni fa, quando ho provato a Los Angeles il loro modello più prestigioso (che dopo anni finalmente possiedo): il Bottle, interamente valvolare e di costruzione artigianale. Nel corso degli anni ho provato tantissimi microfoni in diversi studi, ma il suono del Blue Bottle, in particolare con la capsula B6, è l’abbinamento perfetto per la mia voce. Da almeno 3 anni utilizzo Blue anche dal vivo, nello specifico l’enCORE 300, che mi è stato inviato per un beta test dalla Blue stessa quando mi ha accolto come endorser. Il microfono più particolare che possiedo è un Philco Electro-Voice a nastro del 1940, un vero pezzo da museo che ho acquistato anni fa alle isole Hawaii e che risale al periodo in cui la Electro-Voice si faceva fare i microfoni dalla Philco. Pensa che mi è stato venduto addirittura con la scatola originale, con la card della garanzia intonsa e la scritta sulla scatola indicante il prezzo di vendita del 1940: 59,95 dollari.

Luca  Ti sei esibito in giro per il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti e oltre, come trovi le varie situazioni live, stato per stato, rispetto all’Italia?
Boris  Vorrei poter dire diversamente, ma la principale differenza che si vive suonando in giro per il mondo è che la musica viene considerata con molto più rispetto. È una realtà triste, soprattutto se si considera che l’Italia è stata la culla della musica e delle arti… possediamo un patrimonio artistico unico al mondo, eppure nel nostro paese l’arte viene troppo spesso considerata come qualcosa di effimero. Ti faccio un esempio, anche ironico se vuoi. Ogni volta che sono all’estero e mi capita di scambiare quattro chiacchiere in aeroporto o in qualche stazione del treno, alla domanda: “tu cosa fai nella vita?” quando rispondo: “il musicista”, di solito la gente dimostra interesse e chiede quale strumento, quale genere, eventuali album pubblicati ecc. Qui in Italia, alla fatidica risposta: “faccio il musicista”, quasi sempre mi sento dire: “ah, ok, ma di lavoro cosa fai?”. È un piccolo esempio ma credo che spieghi bene la situazione. Per il resto ogni nazione ha le sue peculiarità. Parlo ovviamente per la mia esperienza: il pubblico degli Stati Uniti è molto difficile perché ha visto e sentito praticamente di tutto ma rimane sempre molto colpito dall’italianità, dal nostro gusto per la melodia. Il pubblico brasiliano è completamente folle e straordinariamente partecipe. Quello indonesiano stupendamente caloroso ma incredibilmente timido. Ricordo al JakJazz Festival a Jakarta gruppi di ammiratori che, dopo i concerti, vedendomi girare per l’enorme festival (6 palchi con musica di continuo), mi inseguivano pazientemente fissandomi senza però chiedermi nulla. Quando mi fermavo a guardarli chiedendo se potevo fare qualcosa per loro, arrossivano e con modi gentilissimi e impacciati mi chiedevano se potevo firmare una copia del CD che avevano acquistato oppure scattare una fotografia con me. “Non sono mica una rockstar” era la mia risposta! Il pubblico russo ed ucraino, che conosco molto bene avendo fatto ormai più di un centinaio di concerti nell’Est, è un pubblico esigentissimo, spesso molto preparato e colto. Un pubblico che, ogni volta, va conquistato e che per i primi 10 minuti almeno ti fa sentire sotto esame. Ma una volta dimostrato che, al di là dei modi poco convenzionali e molto ironici (come affronto io i miei concerti in solo) c’è della sostanza, si trasformano in uno dei pubblici più calorosi mai visti. Amo esibirmi nei paesi dell’Est. Comunque, nonostante le indubbie difficoltà che la cultura e la musica incontrano in Italia, devo dire che il nostro pubblico è spesso molto caloroso, soprattutto nei festival, e apprezza le scelte un po’ azzardate e sperimentali come la mia.

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