Bello quel disco! – L’età d’oro delle illustrazioni per la musica degli anni Quaranta e Cinquanta

John Kirby and his Orchestra. Alex Steinweiss
John Kirby and his Orchestra. Alex Steinweiss

Nel 1939 il designer e grafico Alex Steinweiss fu assunto come direttore artistico alla Columbia Records per occuparsi di poster, locandine, cataloghi e pubblicità. Le copertine dei dischi avevano solo una copertura marroncina a quei tempi: «Sembravano lapidi» ricordò anni dopo Steinweiss. Quando propose al suo capo di illustrarle suscitò più analisi dei costi che entusiasmi. Il suo capo accettò l’esperimento e insieme guardarono strabiliati i risultati delle vendite, che, come si suol dire, si impennarono; si trattasse della canzone americana del duo Rodgers e Hart o dell’Eroica di Beethoven. Newsweek dedicò un articolo al fenomeno e alla Columbia ci diedero dentro con matita, pennello e lettering. Le altre case discografiche fecero altrettanto.

Steinweiss sfruttò la sua conoscenza dei mini poster di tradizione europea, mettendo in evidenza su tinte piatte la cornetta di Armstrong sul seggiolino da pianoforte di Earl Hines; una mano bianca e una nera per lo shuffle di una collezione boogie woogie di Meade Lux Lewis e compagnia; una congas antropomorfa; lampioncini in stile retrò sia per Count Basie che per la Boheme. A fine carriera collezionò più di duemila lavori. Dato che in tipografia non abbondavano di font, Steinweiss fece da sé, e le sue scritte a mano con cui firmava titoli o autori divennero un marchio di fabbrica con il nome di “Steinweiss Scrawl”.

Il lavoro aumentò e Steinweiss si dedicò alle incisioni di musica classica, ma intanto fece alla Columbia il favore di scovare e assumere Jim Flora, perché si dedicasse al jazz. Il motivo, ricorda Steinweiss, fu che Flora era l’unico che aveva uno stile personale mentre gli altri cercavano solo di copiare. Flora divenne lo specialista jazz in Columbia stilizzando in un bagno surrealista Bix Beiderbecke, Gene Krupa, Kid Ory e altri; passò alla concorrente Rca Victor negli anni Cinquanta e tra gatti che suonano il mambo e un Nick Travis scoppiettante disegnò sogni positivi pre psichedelici ma non lisergici. Flora smise di disegnare copertine per album nel 1956, quando ormai era chiaro che pennello e lettering avevano lasciato il posto alla fotografia.

Harry James. Stanley Monogram
Harry James. Stanley Monogram

Le due tecniche espressive si accavallano in un album Columbia 1952 dello studio Stanley Monogram dove una tromba è dipinta come fosse un collage di carta ma la campana è un bollo giallo con la foto di Harry James.

Ma due anni dopo le fotografie in bianco e nero di Russ Freeman e Chet Baker si prendevano tutto lo spazio disponibile; la firma era di William Claxton, uno dei capostipiti della fotografia jazz con Lee Friedlander ed Herman Leonard. Non è obbligatorio andare sempre alla ricerca delle sorgenti del Nilo, ma nel caso della pop art non c’è dubbio che siano dalle parti dell’ispirazione di Alex Steinweiss. A questo ennesimo immigrato (Polonia) che ha scritto un capitolo della storia artistica degli Stati Uniti ed è morto nel 2011 a 87 anni sono stati dedicati diversi volumi, su tutti quello edito da Taschen: “Alex Steinweiss, the inventor of the modern album cover” di Kevin Reagan e Steven Heller. Più in generale su quell’age d’or c’è “In the groove: vintage record graphics 1940 – 1960” di Eric Kohler. Più ampio nel tempo e quindi meno approfondito il libro “Jazz Covers” di Joaquim Paulo. Ma il web fa sempre buone sorprese. L’archivio di Birka Jazz per esempio.

Barbara Carroll Trio. Bob Jones
Barbara Carroll Trio. Bob Jones

 

Tra nazioni, etichette e autori si scopre il lavoro di Bob Jones, che con Steinweiss e Flora studiò il packaging del long playing, una scoperta del 1947.

 

Paul Bacon che per la Riverside illustrò i dischi di King Oliver, Monk e James P. Johnson con uno stile da cover da spy stories a realismo magico caraibico, e che non poteva che diventare lui l’illustratore dei libri di Norman Mailer, Kurt Vonnegut e Philip Roth.

Count Basie. Andy Warhol
Count Basie. Andy Warhol

Andy Warhol alle prese con la faccia di Count Basie molti anni prima della banana dei Velvet Underground. Burt Goldblatt che per la Bethlehem Records modernizzò le cover rendendole senza tempo.

The Gerry Mulligan Sextet. Guido Crepax
The Gerry Mulligan Sextet. Guido Crepax

E poi che anche l’Italia: Guido Crepax che negli anni Cinquanta illustrò un disco Mercury del Gerry Mulligan Sextet.

Pare oggi, in tempi di frammentazione dell’editoria musicale, che non abbia più senso chiedersi quanto il contenitore sia stato utile per il contenuto, quanto sia stato ancillare. Quell’arte applicata, la grafica, in lavori sopravvissuti al tempo e agli stili musicali è diventata Arte e ci può far dire del disco di Armstrong illustrato da Jim Flora: «Che bel disco. Me lo guardo!» .

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