Korg ripropone il mitico ARP Odyssey. L’emozione è fortissima e ovviamente le domande cui dar risposta sono: suona bene? È fedele all’originale? È davvero più piccolo? C’è qualche novità di rilievo sotto il coperchio?

Eccoci dunque al lavoro per soddisfare tutti questi quesiti, non prima però di aver reso merito alla giapponese Korg per aver fatto rinascere un mito della progettazione musicale USA a 40 anni e più dalla sua prima apparizione. In effetti Korg è stata l’apripista del diluvio di neo-analogico che, tra riedizioni di prodotti vintage e macchine progettate ex-novo ma fedeli all’impostazione più tradizionale della sintesi analogica sottrattiva, ha avuto il suo apice al NAMM di quest’anno.

Korg è difatti già da qualche anno attiva nel settore delle riedizioni avendo ricreato il suo MS-20 del 1978, dapprima in versione mini (2013), poi in formato “full” (attraverso l’escamotage del kit, 2014), e infine con la versione a modulo (2015). L’esperienza dev’esser stata davvero positiva se poi Korg ha deciso di cimentarsi con un autentico mostro sacro del passato, ovvero quell’Odyssey che negli anni Settanta contendeva la palma di monosynth più desiderato nientemeno che a sua maestà il Minimoog. Rispetto a quest’ultimo, l’Odyssey era uno strumento in qualche modo più “obliquo”, visionario e particolare, mentre il suo timbro tagliente, penetrante eppure eufonico segnava una netta alternativa alla scuola Moog e lo rendeva un’alternativa secca al Mini, oppure – per chi poteva permettersi entrambi – un suo validissimo complemento. Fast forward, e veniamo al XXI secolo: con i grandi nomi della sintesi USA tornati quasi tutti sulla piazza in anni recenti – da Moog a Oberheim, passando per Dave Smith – mancavano dunque le macchine di Alan R. Pearlman alla chiamata del mercato odierno. Pearlman oggi però è molto anziano (è nato nel 1925), e probabilmente il devastante tracollo di ARP del 1981 deve averlo reso assai guardingo in merito a ogni velleità di “riprovarci”. Il progetto di rifare l’Odyssey è allora dovuto passare per un produttore terzo rispetto alla casa originaria, ma la continuità progettuale e sonora è stata garantita dal coinvolgimento di David Friend. Quest’ultimo era co-fondatore di ARP e fu tra i principali progettisti dell’Odyssey originale. Friend ha così supervisionato il lavoro dei tecnici Korg e la riedizione di un synth che – diciamolo subito – per motivi di sopravvenuti mutamenti tecnologici non era semplicemente possibile riprodurre con le stesse identiche tecniche produttive di allora. In altre parole il prodotto è stato completamente reingegnerizzato per una produzione su larga scala con le tecnologie attuali, pur mantenendolo il più fedele possibile alla circuiteria originale. Il mutamento più vistoso è stato quello dimensionale: conformemente a quanto deciso con altri propri prodotti, Korg ha rifatto l’Odyssey non già secondo le proporzioni originali ma in una scala pari all’86% della macchina del 1972. Questo ha comportato l’adozione di una tastiera mini (il costruttore la definisce “Slimkey”), e ciò è stato certamente il punto più dibattuto e controverso della nuova macchina. Questa scelta discende certamente dalla necessità di contenere i costi di produzione e trasporto, nonché di adeguarsi alle sempre più piccole abitazioni in uso nel mondo occidentale e soprattutto in Giappone. Anche l’adozione di un alimentatore esterno è figlia delle necessità di abbassare i costi e rendere il prodotto facilmente esportabile in tutti i continenti. In compenso Korg ha inserito anche novità assai “gradevoli” e che incrementeranno certamente l’appeal dell’Odyssey versione 2015: vi sono un ingresso MIDI su pentapolare e USB per il pilotaggio della macchina tramite tastiere e sequencer esterni; il portamento può operare secondo due logiche diverse; è stato aggiunto un circuito Drive per introdurre opzionalmente una saturazione analogica; viene fornita in dotazione una valigia rigida di trasporto; il mobile non prevede più la tastiera sporgente (e facilissimamente danneggiabile!) dell’ultima versione originale; il cabinet è disponibile in tutte e tre le versioni estetiche che hanno caratterizzato l’Odyssey nei suoi nove anni di vita; infine – e soprattutto! – in una sola macchina sono disponibili tutti e tre i filtri LPF che hanno caratterizzato le diverse generazioni dello strumento ARP. Va infatti sottolineato come negli anni l’Odyssey sia stato modificato con una certa continuità dal suo costruttore in numerosi particolari. Il VCF in particolare ha avuto tre incarnazioni affatto diverse, e voi sapete bene quanto un filtro contribuisca a forgiare la “voce” di un synth: il primo filtro era un 12 dB/Oct ed era quello più aperto, sonoro, selvaggio e tagliente; il secondo era un 24 dB/Oct simile in qualche modo al VCF Moog (cosa che ha portato a un confronto legale tra le due case, poi risolto amichevolmente) e dotato di una grandissima inclinazione “vintage”; il terzo filtro era un altro 24 dB/Oct, notevolmente liquido e in qualche modo più moderno, ma gravato da una sensibile perdita di livello all’aumentare della risonanza. Fino a oggi per avere un filtro o l’altro gli appassionati di vintage erano costretti a mettersi sul mercato e cercare un Odyssey dotato della configurazione hardware desiderata. Questo fatto ha reso i primi modelli (e in particolare i “Blackface” della seconda serie col primo 24 dB/Oct) ricercatissimi e quindi molto costosi. Adesso invece sull’Odyssey by Korg è sufficiente muovere un apparentemente innocente selettore a slitta per accedere a tutte queste tre personalità sonore: è questa la vera funzione-killer del nuovo Odyssey! Ma andiamo a vedere più da vicino com’è fatta la macchina, descrivendone la complessa e in diversi punti anticonvenzionale catena di sintesi: gli appassionati più esperti e anziani ci scuseranno per questa carrellata di funzioni a loro note, che invece saranno di aiuto ai più giovani per scoprire e capire questa macchina così particolare. I VCO sono due, ciascuno con forme d’onda quadra a simmetria variabile e dente di sega selezionabili in opzione. Tale selezione non avviene però nel modulo oscillatori ma nel mixer, dove al di sotto dei controlli di livello dei due VCO ci sono i selettori a slitta delle waveform. Un terzo slider controlla il livello del generatore di rumore (bianco o rosa, in opzione), oppure del modulatore ad anello tra i due VCO: anche in questo caso la selezione della sorgente avviene con un selettore posizionato sotto il cursore di livello. Nel riquadro di pannello ad essi dedicato, i due VCO esibiscono ciascuno un controllo di accordatura Coarse e uno Fine: non vi sono qui i selettori di ottava impostati sui tradizionali piedaggi dell’organo (16’, 8.’, 4’, ecc…) che di solito troviamo negli altri synth, con la conseguenza che qui l’altezza di ciascun oscillatore va settata caso per caso tramite un comando continuo. Bisogna insomma “riaccordare” l’Odyssey – o almeno un suo oscillatore – ogniqualvolta si vuol shiftare d’ottava o altro intervallo un VCO, e questo è sicuramente scomodo. Si tratta del prezzo che Korg ha deliberatamente voluto pagare alla fedeltà assoluta all’impostazione del modello originale, evitando “ammodernamenti” che in molti avrebbero percepito come uno snaturamento dello spirito dell’Odyssey originale. Il sottoprodotto di questa scelta è la necessità di tenere un accordatore permanentemente collegato al synth, ovvero di sviluppare un orecchio assoluto di buon livello. Vicino ai controlli di accordatura, ciascun VCO ha un selettore a slitta: per VCO 1 è quello che seleziona la possibilità di usarlo in range normale oppure come LFO, mentre per VCO 2 è quello che abilita o disabilita il Sync. Il Sync, è opportuno dirlo, è una componente-chiave nella “voce” dell’Odyssey ed è in grado di far suonare la macchina compatta, selvaggia e graffiante come non mai. Per un esempio virtuoso del suo utilizzo è necessario ascoltare le gesta di Billy Currie degli Ultravox (soprattutto in Vienna e Rage in Eden), ove è percepibilissimo il continuo variare della waveform che il musicista opera muovendo furiosamente eppur sapientemente il controllo di accordatura di VCO 2 mentre il Sync è attivato. Sotto i comandi di intonazione ciascun oscillatore presenta altri quattro slider, in questo caso per gestire le modulazioni. Per ciascun VCO vi sono infatti due percorsi di modulazione della frequenza di oscillazione (denominati FM), la cui sorgente può essere variata con selettori a slitta. In VCO 1 il primo percorso di FM è selezionabile tra l’onda sinusoidale e quella quadra dell’LFO, mentre il secondo può arrivare dal modulo Sample&Hold (S/H secondo la denominazione ARP, di cui parleremo tra un attimo) o dall’ADSR. In VCO 2 invece la prima FM è selezionabile tra la sinusoide dell’LFO o il mixer del Sample&Hold, mentre la seconda FM arriva da S/H o ADSR. Ciascun VCO dispone poi di comandi slider per la gestione della simmetria dell’onda quadra: il primo slider controlla la simmetria statica della waveform (PW), mentre il secondo la sua modulazione dinamica (PWM). Tale PWM può arrivare dalla sinusoide dell’LFO o dall’ADSR, coi soliti selettori a slitta posti sotto il relativo comando a cursore. A centro pannello c’è la sezione forse più criptica della macchina: in alto troviamo il solitario comando di velocità di oscillazione dell’LFO, mentre al di sotto vi sono i comandi del citato modulo di Sample&Hold. Un S/H Mixer dosa due sorgenti con altrettanti slider, e sotto di essi si trovano i relativi selettori per i segnali da inviare al modulo di campionamento della CV. La prima sorgente può così essere la waveform quadra o quella sawtooth di VCO 1, mentre la seconda può essere la quadra di VCO 2 o il segnale del generatore di rumore. Un cursore Output Lag influisce sullo slew-rate del circuito e, in pratica, modifica il grado di “smussatura” delle variazioni di voltaggio in uscita da S/H. Un cursore a slitta permette di selezionare se il modulo S/H deve campionare ogni volta che arriva un trig di tastiera oppure con la periodicità data dall’LFO. Se tutto questo vi suona ostico e avete difficoltà a legarlo a uno specifico effetto sul suono non preoccupatevi, è assolutamente normale! Il modulo S/H dell’Odyssey richiede tempo e sperimentazione per essere capito, ma poi è in grado di regalare molti suoni inusuali e assai movimentati. Veniamo alla sezione Mixer e VCF, che abbiamo già sfiorato qualche riga più sopra. Qui i tre segnali di VCO 1, VCO 2 e Noise o Ring Mod confluiscono nel filtro passa-basso risonante, e poi in un passa-alto non risonante. Il filtro LPF è come detto multimodo e tramite il citato selettore a levetta può assumere le personalità sonore corrispondenti a quelle delle tre maggiori revisioni di Odyssey. Oltre ai comandi per Cutoff e Resonance dispone di tre ulteriori slider che ne modificano la frequenza di taglio. Al solito, altrettanti selettori a slitta posti sotto agli slider ne scelgono la funzione: il primo modificatore può essere selezionato tra il tracking di tastiera o l’S/H Mixer; il secondo tra S/H e la sinusoide dell’LFO, il terzo tra l’inviluppo ADSR e quello AR (ne parleremo tra poche righe). Tutto questo permette una gestione del filtro molto flessibile e soprattutto aperta a modulazioni estremamente dinamiche. Il filtro HPF dispone invece del solo comando di cutoff. Vicino ad esso ecco comparire una delle poche innovazioni introdotte da Korg sul percorso del segnale: si tratta di uno switch Drive che aumenta il segnale del VCA fino a portarlo in saturazione. Il Drive non ha comandi per dosare tale saturazione, ma l’intervento di questo stadio si è dimostrato in prova davvero ben calibrato e molto, molto musicale: ben fatto, Korg! Ci avviciniamo allo stadio di uscita della macchina, ed eccoci dunque al cospetto del VCA: il suo gain può essere variato staticamente con un primo slider (in tal caso la macchina suona indefinitamente anche senza segnale di trigger), e sottoposto all’azione dell’inviluppo tramite un secondo slider. Quest’ultimo è alimentabile con uno dei due inviluppi di bordo, ovvero i citati ADSR e AR. Ed eccoci dunque a fare la conoscenza di costoro: l’ADSR è un inviluppo classico, capace di attacco e decadimento molto veloci (la casa dichiara tempi minimi di 5 msec); l’AR è invece un inviluppo a due stadi in cui l’Attack si innesca gradualmente alla ricezione del segnale di trigger, poi sostiene indefinitamente finché tale segnale è applicato, e infine decade a zero secondo le impostazioni del parametro di Release appena il trigger cessa. Come avrete capito dalle righe precedenti, l’Odyssey non ha un routing fisso di un certo inviluppo al VCF e un altro al VCA come avviene in molti altri synth, ma al contrario ciascuno dei due inviluppi può essere impiegato per modulare ciascuno dei due moduli di filtro e di amplificazione. Si può dunque inviare l’ADSR al controllo del cutoff del filtro e l’AR al guadagno del VCA (configurazione molto classica), ma anche usare un unico inviluppo (tipicamente l’ADSR) sia per VCF che per VCA, o ancora sbizzarrirsi con ulteriori combinazioni. Ciascuno dei due inviluppi può essere innescato dal trigger di tastiera o dall’LFO. In quest’ultimo caso, si può ulteriormente selezionare se l’auto-repeat è attivo solo a tastiera premuta oppure indefinitamente. Per completare la disamina della macchina rispostiamoci all’estrema sinistra di pannello: qui troviamo uno slider di portamento, una leva Transpose (-2 Oct/0/+2 Oct), un controllo incassato da azionare con una penna o altro oggetto appuntito per il Portamento Mode (seleziona se il Portamento deve attivarsi o meno anche a leva Transpose attivata) e il famigerato Proportional Pitch Control introdotto da ARP con la terza revisione dell’Odyssey. Quest’ultimo, attraverso l’uso di tre pulsanti, gestisce il pitch-bend verso il basso, l’inserimento graduale del vibrato e il pitch-bend verso l’alto. Giriamo ora l’Odyssey per uno sguardo al pannello posteriore: qui vi sono il connettore per il piccolo alimentatore esterno, lo switch di alimentazione, gli ingressi MIDI su DIN pentapolare e USB, le prese per un pedale di espressione e un footswitch per attivare il Portamento, le due uscite a basso (su jack) e alto livello (su XLR), un ingresso per segnale esterno, una presa cuffia con piccolo pomello per il suo livello, e infine un completo set di connessioni CV/Gate per interfacciarsi con altri analogici, anche modulari. Alcune osservazioni: la prima è che le prese MIDI ricevono solo il dato di Note On, visto che l’Odyssey non risponde alla velocità né a nessun altro comando di espressione o di controllo. Korg ha dunque scelto di non rendere l’Odyssey programmabile o almeno controllabile nei suoi parametri fondamentali via MIDI CC, restando totalmente fedele all’impostazione old-school della macchina. Chi scrive, alla luce della prestazione mediocre che il PPC dimostrerà in prova, soffre soprattutto la mancata ricezione dei comandi di Modulation e Pitch Bend per il controllo dell’espressione dell’Odyssey da una master keyboard esterna. Anche sul fronte del controllo MIDI dei parametri vitali come cutoff, forma d’onda e accordatura degli oscillatori, tempi degli inviluppi, ecc… si sarebbe potuto fare qualcosa, a nostro parere, e senza per questo snaturare la macchina. Seconda osservazione: l’Odyssey può essere messo in feedback su se stesso prelevando il segnale dall’uscita cuffia e facendolo rientrare dall’Ext Audio Input, in modo da ottenere un suono cattivo e imballato. “Quanto” imballato è poi possibile deciderlo tramite il controllo di livello dell’uscita cuffia. Terza osservazione: se si connettono tra di loro i jack Gate Out e Trig In, il solo ADSR non verrà retriggerato dalla tastiera, consentendo un suo uso in modalità “Legato”. Quarta osservazione: il pedale di controllo eventualmente connesso al jack posteriore prende il posto del segnale S/H Mixer tra le sorgenti di controllo. Chiudiamo questa analisi tecnica con un’osservazione di carattere generale: è evidente come l’Odyssey originale sia stato pensato da chi aveva gli strumenti modulari in testa e, tramite percorsi multipli e possibilità di selezione di sorgenti audio o di modulazione, voleva fornire in un synth compatto una versatilità in qualche modo comparabile a quella delle macchine patchabili. Il sintetizzatore ARP richiede quindi un certo studio per essere compreso fino in fondo nelle sue numerose possibilità, ma vi garantiamo che si tratta di uno studio estremamente istruttivo e dal grande potenziale creativo!

Il test

Stante la particolarità dimensionale del nuovo Odyssey nonché determinate scelte produttive operate da Korg, la prima parte del test si è concentrata sulle qualità meccaniche dell’oggetto. Qui, meglio dirlo subito, il nuovo Odyssey non soddisfa appieno: il guscio che ingloba pareti laterali e pannello di fondo della macchina appare un po’ “leggerino” mentre i tanti slider di pannello scorrono bene e si dimostrano di buona qualità, ma se sollecitati con le dita hanno un po’ di gioco laterale. Il vero punto dolente sono però la tastiera e il PPC per bending e vibrati: la tastiera è drammaticamente piccola, corta nella corsa e poco veloce nelle esecuzioni di solo, trilli e arpeggi. I tasti neri sono davvero sottili e dal feeling meccanico ancora meno invitante. Insomma, la tastiera nel suo complesso è secondo noi assai poco adatta al pregio sonoro della macchina e alle sue ambizioni da strumento solista. Riteniamo che sia davvero un peccato che non aver optato per una meccanica a passo standard su uno strumento di questo pregio. Va però detto che in Korg sanno quello che fanno e che, dopo centinaia di migliaia di strumenti con tastiere mini venduti negli anni, evidentemente hanno la certezza che per molti i minitasti non sono un problema. Più “universalmente” fastidioso risulterà invece il rapporto col PPC: si trattava di una scelta infelice già nello strumento originale, adottata forse più per distinguersi dalle rotelle della rivale Moog che per concrete doti espressive della soluzione tecnica. Qui permane la controllabilità assai aleatoria dei due pulsanti di pitch, ed è veramente difficile dosare la pressione in modo da ottenere esattamente il grado di deflessione dell’intonazione che si desidera. In più, a causa della costruzione un po’ economica di questa macchina, premendo uno dei tre pulsanti si muovono anche gli altri due, e questo non è piacevole. Bene, le critiche sono finite: da questo momento per l’Odyssey by Korg si apre solo un’autostrada di lodi. Il suono di una grande macchina del passato infatti c’è, c’è tutto, e l’entusiasmo nel poter riavere tra di noi un synth che ha segnato la storia e che ha una personalità così forte e brillante è davvero elevato. L’Odyssey non è mai stata una macchina “facile”, e questo sia per l’architettura particolare descritta sopra che per le impostazioni non convenzionali di molti comandi. Tenuto presente ciò, questo è un synth di grande, grandissima soddisfazione: i bassi ci sono tutti e la macchina può cimentarsi con estrema efficacia su un’ampia palette di suoni di synth-bass. Stesso discorso per i lead, forse il terreno di elezione dell’Odyssey: qui il suo timbro aperto e pungente, ma per niente aspro o sgranato, lo fa venir fuori di brutto in tutti i mix, specialmente se si impiegano le sawtooth e magari il Sync. L’architettura della macchina in effetti va un po’ “capita” perché l’Odyssey implementa una sorta di matrice di modulazione ante-litteram che all’inizio non è facilissimo comprendere e poi piegare ai propri voleri. Tuttavia, una volta che ne si coglie il funzionamento, la macchina si rivela tanto sonora quanto sperimentale, tanto efficace in senso mainstream quanto capace di inerpicarsi in territori sonori che sembrano innovativi ancor oggi. Per capire davvero l’Odyssey però non basta sentirlo “raccontato”, occorre sentirlo all’opera. Se davvero amate i synth, lo strumento vi conquisterà subito con una personalità forte e marcata che riporta in diretta allo spirito pionieristico con cui si progettava, si comprava e si suonava un sintetizzatore a inizio anni ’70. E anche le innovazioni anni ’10 di Korg non scherzano: i tre filtri sono un’aggiunta incredibile e permettono di cambiare radicalmente timbro e soprattutto stile sonoro con un click. Il 12 dB/Oct è una “bestia da lead”, ha un suono d’epoca che vi farà sentire gli elettroni scorrere dentro i transistor, quasi che non si trattasse di una fredda macchina elettronica ma di uno strumento organico fatto di legno e pelli. Il terzo filtro (a patto di compensarlo in volume quando si sale con la Resonance) è quello più standard e “universale”, di perfetta scuola americana, mentre il secondo ha un fascino tutto suo, talvolta gutturale e talvolta un po’ intubato che dona all’intero Odyssey una personalità unica nell’intero panorama dei sintetizzatori. Molto bello anche il comando Drive: pur senza alcuna possibilità di essere dosato, introduce una distorsione eufonica, un modo elegante eppure “crunchy” di imballare il suono senza mai nemmeno avvicinarsi alle timbriche “zanzarose” tipiche di circuiti meno pregiati. Ottima infine la connettività, che sostanzialmente permette soprattutto il pilotaggio della macchina con tensioni analogiche e non col MIDI: questo può portare a timing più rocciosi nelle sequenze di basso e negli arpeggi, a patto di disporre di un adeguato sequencer hardware.

Conclusioni

Il nuovo Odyssey by Korg è una macchina eccezionale, con un unico ma importante punto a sfavore: la tastiera di dimensioni mini e il PPC che ne deprimono le performance come strumento solista. Se questo per voi non è un problema, se pensate di pilotare l’Odyssey via MIDI o CV, se siete già dotati di una tecnica veloce sulle tastiere a passo mini, allora vi si apre davanti un’opzione ghiottissima: comprare a un prezzo davvero conveniente una macchina che ha fatto la storia del synth e che anche 43 anni dopo ha tantissimo da dire. Gli altri synth monofonici dotati di suono di pari lignaggio sono infatti tutti posizionati su livelli di prezzo ben più alti, spesso doppio o giù di lì. Il nuovo Odyssey invece si posiziona in una fascia ancora raggiungibile da molti, e in cambio di un migliaio di Eurini fornisce un suono di livello assoluto. Brava quindi a Korg per aver fatto rinascere un mito, e buona musica a chi deciderà di comprare uno strumento così ricco di anima e di suoni come questo.

Eko Music Group

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Strumenti Musicali n. 4 — Agosto 2015

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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