Madrelingua jazz

[quote_box_center]“Jazzista puro, dal fraseggio impeccabile e dotato di grande swing” così Enrico Rava descrive Andrea Pozza nel suo libro “Incontri con musicisti straordinari”. Andrea, che da allora ha avuto una carriera costantemente in ascesa, ci racconta la sua storia musicale dagli inizi ai suoi ultimi lavori.[/quote_box_center]

— Luca Masperone

PH Roberto Cifarelli

[su_dropcap style=”flat” size=”4″]S[/su_dropcap]i considera un “madrelingua jazz”, avendo iniziato a muovere i suoi primi passi in questa musica da giovanissimo, circondato dalle centinaia di vinili del padre che gli hanno trasmesso un imprinting decisivo, dal quale sarebbe stato poi impossibile liberarsi. Successivamente ha studiato musica classica, ma è sempre nel jazz che la sua carriera si è sviluppata, con decine di dischi, progetti e collaborazioni con artisti del calibro di Chet Baker, Scott Hamilton, Gianni Basso ed Enrico Rava, che lo hanno consacrato come uno dei pianisti di riferimento oggi in Italia.

Luca Masperone A che età hai iniziato lo studio del pianoforte?
Andrea Pozza ll’età di 4/5 anni, grazie a mio padre Enos, pianista dilettante e grande appassionato di jazz. Quando sono nato, in casa c’erano già diverse centinaia di vinili… ho iniziato così e ricordo che il primo brano che ho suonato è stato Manhattan, un famoso standard jazz, che mio padre mi scrisse su di un quadernino che ancora possiedo! Poi imparai il blues in Fa e solo dopo entrai al Conservatorio di Genova cominciando a suonare anche musica classica. Ecco perché mi considero un “madrelingua jazz”!

Luca Quali sono le differenze principali tra questi due generi musicali?
Andrea I due approcci sono molto diversi: nella musica classica siamo come attori che recitano un copione scritto parola per parola. Abbiamo una grande opera che dobbiamo rendere spontanea e vibrante attraverso le nostre emozioni e capacità tecniche, mentre nel jazz siamo attori che recitano a soggetto; non abbiamo una grande opera, la dobbiamo creare al momento, però la spontaneità e l’immediatezza ci vengono regalate a priori. Ai vertici, il grande interprete e il grande jazzista si incontrano, ma agli inizi le due strade sono molto differenti. Mi piacerebbe che in futuro i due approcci didattici si potessero compenetrare sempre di più, ne trarremmo tutti grande beneficio. Grazie a singole iniziative per fortuna già succede, ma nei programmi ministeriali questi concetti, purtroppo, non compaiono ancora.

Luca Sei considerato un pianista legato alla tradizione bebop: tu come ti definisci e su cosa si basa la tua ricerca musicale?
Andrea Il mio primo amore è stato Bill Evans, successivamente ho assorbito il linguaggio bebop per molto tempo. Infine, da una quindicina d’anni, ho iniziato ad esplorare sound più moderni, anche grazie a fortunate collaborazioni con grandi musicisti. Cerco di definire sempre di più un mio sound personale, ricercando nuove soluzioni armoniche, melodiche e ritmiche e allenandomi a mantenere mentre suono uno stato di apertura mentale. Visto che il jazz si crea nel momento presente, è solo lì che possiamo trovare qualcosa che ci corrisponda e, allo stesso tempo, ci stupisca anche un po’.

Luca Ci parli della tua attività di docente?
Andrea Insegno Pianoforte Jazz e Tecniche di Improvvisazione al Conservatorio “Niccolò Paganini” di Genova. Sono fortunato, perché i miei allievi mi danno molte soddisfazioni e devo confessare che, quando cominciano ad appassionarsi al jazz e diventano creativi, imparo anche molto da loro. Cerco di mettermi nei panni degli studenti e di fornirgli gli stimoli di cui hanno bisogno in quel preciso momento. Mi sforzo anche di essere sempre sincero e trasparente, aiutandoli con le cose che conosco, ma senza paura di mostrare ciò che non so! Mi piace molto improvvisare anche quando insegno, devo dire che alcune delle lezioni più riuscite su questo tema sono state quelle meno preparate.

Luca Approfondiamo il discorso sull’improvvisazione: quali sono i modi migliori per svilupparla, a prescindere dallo strumento che si suona? Quali le doti indispensabili per intraprenderne lo studio?
Andrea Improvvisare musica è molto simile al parlare: bisogna conoscere sufficientemente la lingua e avere qualcosa da dire. L’improvvisazione musicale mette in gioco contemporaneamente l’orecchio, il senso ritmico, il senso melodico e quello armonico coordinati con la conoscenza tecnica del proprio strumento. Gli elementi fissi sui quali improvvisa il jazzista sono il ritmo e la struttura armonica, quindi bisogna imparare ad improvvisare melodie sopra di essi. È indispensabile lo sviluppo di un buon orecchio relativo e di un buon senso ritmico. Per imparare il linguaggio, consiglio di ascoltare ripetutamente brani nei quali i grandi musicisti “parlino” il linguaggio che ci interessa approfondire, fino a conoscere a memoria gli assoli e tutte le sfumature della pronuncia musicale. Per quanto riguarda i pianisti, il nostro è uno strumento molto visivo. Io trovo utile, mentre penso e canto dentro di me la frase che voglio suonare, visualizzare la tastiera e le note da eseguire. Questo mi aiuta anche tecnicamente, perché la mano assume automaticamente la posizione adatta a riprodurre quelle note.

Luca Quali pensi siano le prospettive per i giovani talenti del jazz e della musica classica oggi in Italia?
Andrea Penso che, per un verso o per l’altro, sia sempre stato difficile inserirsi nel mondo della musica per i giovani. A meno che non si possieda un talento esplosivo occorre lavorare per piccoli passi, cercando di ottenere collaborazioni con artisti più esperti per crescere musicalmente, proponendo progetti che siano appetibili per il mercato, ma che corrispondano anche alle proprie esigenze espressive e di crescita musicale. Lavorando in questo modo, con passione e pazienza, è possibile ritagliarsi una propria dimensione nel mondo della musica. Fermo restando che ogni musicista ha una sua storia personale.

Luca All’estero hai riscontrato differenze?
Andrea In alcuni paesi, come Inghilterra, Francia, Olanda, Danimarca ed altri, c’è sicuramente una cultura jazzistica coltivata da più tempo. In Italia stiamo migliorando, ma il jazz è ancora una “Cenerentola” delle forme d’arte.

Luca Nella tua carriera hai collaborato con diversi artisti noti, sia italiani che stranieri: ce ne parli?
Andrea Sono stato molto fortunato ad entrare nel quartetto di Gianni Basso all’età di 17 anni. Gianni mi ha comunicato l’essenza del jazz mainstream, il gusto per le belle melodie degli standard americani e in generale per le belle canzoni. Tra l’altro cantava molto bene in francese, che era la sua lingua madre insieme all’italiano. Molto importanti poi sono state le occasioni di suonare con veri e propri capiscuola come Harry “Sweets” Edison, Chet Baker, Sal Nistico, George Coleman, James Moody: i momenti vissuti a contatto con loro ti lasciano qualcosa di inestimabile, un po’ come studiare una lingua e trovarsi a parlarla con alcuni di quelli che l’hanno inventata e che la conoscono meglio di chiunque altro! Infine, mi ha arricchito immensamente l’aver fatto parte del quintetto di Enrico Rava. La sua concezione dell’improvvisazione è estremamente aperta e creativa, si rischia tantissimo ogni sera e i brani vengono suonati sempre in modo diverso, un vero e proprio training di ricerca dell’ispirazione musicale!

LucaCon la tua attività concertistica hai toccato mezzo mondo: Europa, America del Sud, Canada, Giappone. Quali sono state le esperienze più stimolanti?
Andrea Mi piace moltissimo suonare in quei paesi dove il pubblico si è affacciato al jazz da poco, come quando suonammo nell’Università di Surabaya in Indonesia col quartetto di Dick de Graaf, di fronte a 2.000 studenti entusiasti di ascoltare una musica per loro nuova. Dopo il concerto ci tempestarono di domande, è stata un’esperienza incredibile. Certo, esibirsi su palcoscenici di teatri e festival importanti è molto emozionante, per la responsabilità che ti ritrovi a fronteggiare e perché sai che ogni nota che suonerai sarà valutata, apprezzata o criticata! Sicuramente questo succede a New York, Londra, Parigi, Amsterdam, ma anche a Milano e a Torino, dove si trova sempre un pubblico preparato ed esigente. In Giappone poi amano tantissimo il jazz e l’Italia, quindi ci riservano sempre un trattamento da “star”… cosa che fa molto piacere! In definitiva, con l’esperienza si impara a dare il massimo in ogni occasione. Io lo faccio, oltre che per amore per la musica, anche perché mi dà sicurezza, è un punto fermo nella mia vita “nomade” da musicista: qualsiasi cosa succeda, almeno sul palco metterò tutto me stesso.

Luca Recentemente hai intrapreso una tournée nel Regno Unito, ce ne parli?
Andrea Certo! Mi sono trovato a suonare per la prima volta con Harry Allen, grandissimo tenorista americano. Con noi c’erano Steve Brown alla batteria e Simon Woolf al contrabbasso. Ci siamo esibiti in una quindicina di club a Londra e in città vicine come Brighton, Maiden, Upton… presto uscirà un CD live registrato durante il concerto al Watermill di Dorking, per la Trio Records di Andrew Cleyndert. È stato un bel tour, si è creata una bellissima atmosfera ed il piacere di suonare insieme è cresciuto sera dopo sera. Il repertorio è stato molto vario: in quindici concerti abbiamo ripetuto, sì e no, tre o quattro brani!

Luca Quali sono i musicisti con i quali hai sviluppato un maggiore interplay e perché?
Andrea  Nei primi anni della mia carriera sicuramente con Luciano Milanese, bassista genovese apprezzato anche a livello internazionale. Con lui ho vissuto musicalmente i primi anni della mia formazione jazzistica. Insieme abbiamo ricercato i tanti “segreti” del jazz: come pensare il tempo, quanto e come bilanciare il battere e il levare, gli accordi originali di tanti standard famosi, insomma tutto ciò che non si trova nei manuali ma che fa una grande differenza. Successivamente si è creato un bellissimo feeling con Steve Grossman, con il quale ho effettuato numerosi concerti in duo. Nel gruppo di Enrico Rava poi, l’interplay è come l’aria che si respira, un’esigenza più che una scelta! Anche con il mio collega Dado Moroni, quando suoniamo in duo pianistico, l’interplay sfiora a volte la telepatia, forse perché ci conosciamo da quando eravamo poco più che bambini e negli anni ci siamo sempre scambiati vinili e CD preferiti. Ultimamente suono molto con Aldo Zunino e con Scott Hamilton. Con entrambi è molto facile e naturale capirsi al volo, sia musicalmente che umanamente.

Luca Parlando della tua discografia: quali lavori ritieni i più rappresentativi della tua musica?
Andrea  I CD in trio mi rappresentano sicuramente. Il primo, del 2003, è stato “In Walked… Andrea” per la Philology, con Luciano Milanese e Stefano Bagnoli. Ad esso ne sono seguiti altri sette, l’ultimo dei quali è “A Jellyfish From The Bosphorus” per la Abeat, con Aldo Zunino e Shane Forbes, che contiene un mix di brani miei e di standard. Precedente a quest’ultimo, vorrei citare “Gull’s Flight” sempre per Abeat, mio primo esperimento in quintetto con musicisti olandesi e inglesi (Dick de Graaf, Jos Machtel, Christian Brewer e Shane Forbes), contenente tutti brani originali miei e di de Graaf.

Luca Abbiamo parlato dell’Andrea Pozza Trio, ma ci sono anche l’Andrea Pozza & Scott Hamilton Duo e il progetto Andrea Pozza – Andrea Bacchetti “La Classica incontra il Jazz”…
Andrea Con Scott Hamilton stiamo suonando spesso, dopo l’uscita dei due Super Audio CD realizzati per la Fonè Records (“I Could Write A Book” e “Who Cares”). Scott è un jazzista straordinario, con il quale si assapora il jazz più sincero ed estemporaneo. Non a caso è considerato uno dei pochi maestri del sax tenore che ancora si possono ascoltare dal vivo… possiede un relax e un calore unici. Sono molto fiero di aver inciso con lui! Collaboro anche, sempre in duo, con i pianisti classici Andrea Bacchetti e Sergio Ciomei, con i quali instauro un dialogo tra musica classica e jazz molto stimolante, che va dal botta e risposta al suonare insieme improvvisando in stile barocco, romantico e bebop!

Luca Nuovi progetti in corso?
Andrea Ho appena inciso insieme a un nuovo trio in Inghilterra, con Andrew Cleyndert al contrabbasso e Mark Taylor alla batteria: si chiama UK Connection Trio e rappresenta il risultato di una collaborazione di alcuni anni e di una recente tournée in Italia. Loro due sono musicisti che mi corrispondono a meraviglia, Andrew con la sua conoscenza della musica a 360 gradi e Mark con il suo drumming all’americana, pieno di classe e swing, rappresentano ciò di cui ho bisogno per esprimermi al meglio. Sta poi partendo un interessante trio con Dick de Graaf e Manhu Roche, che si chiamerà As We Speak. Punterà moltissimo sull’interplay e sull’arrangiamento di melodie o strutture provenienti dalla musica classica o popolare, ma sarà sempre presente lo swing, nostro irrinunciabile imprinting musicale.

 

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