2016, i synth hardware mettono il software alle corde

La prima volta che sentii parlare di sintetizzatori software eravamo ancora nel XX secolo. Un negoziante mi disse: «Presto i synth hardware non esisteranno più, saranno tutti rimpiazzati da software che gireranno sul computer». Da grande amante del sintetizzatore quale sono, provai sincero orrore a tale ipotesi! Poi sappiamo com’è andata: non è stato proprio così, però c’è stato certamente un momento di mercato, un momento lungo e apparentemente interminabile, in cui sul fronte dell’hardware non usciva niente di significativo e le attenzioni di tutti erano davvero polarizzate dai soft-synth. Oltretutto in quel periodo (parliamo soprattutto del quinquennio 2006/2010) la pirateria dilagava e i soft-synth si potevano ottenere “aggratis” molto facilmente. Questo portava a un vortice ribassista – come direbbero i commentatori di borsa – che frullava in un meccanismo perverso il basso costo del far musica col computer, con la conseguente indisponibilità degli utenti a spendere ancora in hardware. Il ragionamento di molti era: «Se posso ottenere un synth con 199 euro o addirittura gratis se lo scarico crackato, perché mai dovrei spendere soldi in uno strumento hardware?». Insomma, a un certo punto sembrava che sarebbe andata davvero come aveva preconizzato il negoziante che ho citato in apertura: tutti avrebbero utilizzato soft-synth e di macchine hardware pian pianino non se ne sarebbero fatte più. Senonché. Senonché a un certo punto (che collocherei indicativamente all’inizio di questo decennio) c’è stato un doppio sussulto da parte di musicisti e fabbricanti di synth. I musicisti hanno capito che il software, per quanto potente, non sempre assicura la qualità sonora e la stabilità di una macchina hardware. Inoltre l’interfaccia basata sull’uso del mouse è quanto di più lontano dalla creatività del sound-designer si possa immaginare e i controller mappabili hanno alleviato il problema solo in parte e solo per gli utenti più smanettoni. I produttori di strumenti, dal canto loro, a un certo punto hanno capito che questa tendenza di “ritorno al fisico” si poteva cavalcare ricominciando a produrre strumenti dotati di interfacce ricche di comandi, manopole, pulsanti, slider, riducendo al minimo il cosiddetto “menu-diving” (letteralmente “tuffarsi nei menu”). Hanno giocato bene la carta di differenziare sempre di più l’hardware dal software, tornando a dare al primo delle connotazioni di immediatezza operativa che il secondo non potrà mai avere per sua natura. Via dunque synth, display e data entry degli anni Novanta, via gli expander a rack editabili quasi esclusivamente da remoto e largo invece a strumenti a sviluppo prevalentemente orizzontale (synth a tastiera o moduli tabletop che siano) nei quali la dotazione di controlli fisici è abbondante e consente di azzerare il tempo tra l’idea di cambiare un parametro e la sua modifica effettiva. I costruttori hanno inoltre lavorato sulla generazione sonora, che in molti casi è tornata ad essere analogica: perché mai continuare a emulare il mitico suono dell’analogico col digitale, se con le tecniche produttive odierne realizzare macchine real-analog è ridiventato possibile senza sfociare in costi stellari? Ecco dunque che già da qualche anno la pattuglia di macchine fisiche sta incalzando sempre più marcatamente i soft-synth. La tendenza è esplosa già tra il 2014 e il 2015, ma col NAMM di quest’anno è diventata veramente dirompente: col Korg Minilogue che offre un poly real-analog a 599 euro; con l’Arturia MatrixBrute che realizza un monofonico analogico visionario e ultrapotente; con l’OB-6 di Dave Smith e Tom Oberheim che dopo il Prophet-6 dell’anno scorso ribadisce il ritorno ai grandi synth dell’era mitologica; con il prototipo della Korg Volca FM a scalzare gli emulatori software del DX7; con la nuova soluzione modulare di Waldorf che restituisce questo tipo di tecnologia all’immediatezza di impiego in uno strumento portatile. Insomma, il 2016 è appena cominciato, ma gli hardware synth lo hanno già occupato di prepotenza!

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Mamma insegnante di musica, ho esordito suonando il pianoforte a sei anni e, a otto, è arrivato l’organo Bontempi. A 12 anni ero già lì a modificarne i circuiti e a 14 ho scritto il mio primo programma per microcomputer. A 16 mi sono cimentato nella costruzione di un organo elettronico: logico dunque, con tutte queste premesse, che negli anni successivi sia finito a occuparmi di musica e tecnologie, e da allora non ho più smesso! Dal 1993 scrivo di synth, computer music e recording sulla rivista “Strumenti Musicali” diventato un punto cardine della mia attività lavorativa di giornalista pubblicista dal 1996. L’innovazione è al centro della mia vita anche quando non suono e non mi occupo di musica: dopo la laurea in economia e commercio mi sono, infatti, occupato di marketing delle tecnologie e dal 2004 mi occupo anche di Innovation Management, soprattutto per la pubblica amministrazione.

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